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Le scelte editoriali di Ar sembrano rispondere, da sempre, anche a un gusto, un po’ beffardo, di provocare i benpensanti. Indifferenti alle logiche di mercato, alle ortodossie di varia natura, al beneplacito delle vestali del pensiero unico, le Edizioni di Ar hanno continuato a presentare al Lettore vari testi scandalosamente improponibili, sottratti ai roghi degli inquisitori, alla damnatio memoriae dei vincenti e agli inferni delle biblioteche politicamente corrette. Questa caratteristica è, almeno in parte, tipica anche de il Cavallo alato, la costola letteraria delle Edizioni di Ar, nel cui catalogo fioriscono le opere di Pierre Drieu La Rochelle, Gustav Meyrink, Jack London e Jean Raspail.
Tutte stelle di prima grandezza, nel firmamento delle Lettere, con l’eccezione, forse, di Raspail, del quale il Cavallo alato ha pubblicato la versione italiana di un’opera per molti aspetti anomala ma che ci sembra abbia il pregio rarissimo di fascinare il Lettore, di non lasciarlo indifferente e di scuoterlo nelle sue certezze e nelle sue complicità. Visione apocalittica del futuro, saggio in forma di romanzo, spietata satira sociale e politica, provocazione di uno scrittore dal cuore reazionario: Il Campo dei Santi è tutto questo, ma anche molto altro. Rileggendolo a distanza di qualche anno, esso ci appare, come e più di prima, uno specchio fedele, o un’anticipazione tragicomica, dell’odierna realtà, delle reazioni e delle dinamiche innescate a livello mondiale da ondate migratorie ormai incontrollabili. Se eventi, protagonisti e comparse dell’attuale scena politica italiana e internazionale assomigliano quasi come gocce d’acqua alle macchiette e alle caricature grottesche de Il Campo dei Santi, il futuro che ci stanno preparando tali apostoli zelanti della fine di ogni diversità e della globalizzazione dei diritti si prospetta sempre più come il mondo tetro e amorfo preconizzato nel finale del romanzo. Un mondo più o meno prossimo dove, presumiamo, ogni individuo compiuto non sarà altro che un emarginato, costretto a sopravvivere ai margini della “società aperta”, strettamente sorvegliato dal potere, custode geloso, quest’ultimo, delle poche opere non-conformiste sfuggite alla censura ufficiale. Tutto come aveva previsto e descritto, anche nei suoi risvolti più assurdi e deprimenti, lo scrittore francese. Lungimiranza? Potenza preveggente della finzione letteraria? Noi ci limitiamo a constatare, ancora, che la realtà di questo inizio di millennio assomiglia sempre più alla brutta copia dell’apocalisse ‘razzista’ immaginata trent’anni fa da Raspail o, tutt’al più, all’imitazione grossolana di uno scadente romanzo di fantascienza. Se ci è lecito formulare un augurio, vorremmo che Il Campo dei Santi, un romanzo “per tutti e per nessuno”, continuasse a suscitare scandalo e che la sua lettura e analisi si estendesse anche a chi, finora, l’ha rimosso opponendovi il proprio silenzio o tramite l’accusa stereotipata di razzismo.
Il sospetto paradossale che il mondo in cui viviamo sia solo una pallida imitazione, una parvenza distorta della realtà prefigurata dall’artista, sembra cogliere anche Jack London, scrittore americano di genio, che in Martin Eden scrive: “tutto ciò che lo circondava […] era un sogno. Il mondo reale era nella sua mente, e le storie che scriveva ne erano le prove tangibili.” (1) Un’intuizione che rappresenta una sintesi perfetta del suo ultimo romanzo, The Star Rover (Il Vagabondo delle Stelle), riproposto di recente dalle Edizioni di Ar in una nuova traduzione.
Se un testo come Il Campo dei Santi sembra inserirsi abbastanza naturalmente negli orizzonti culturali e ideologici della casa editrice patavina, la decisione di pubblicare Il Vagabondo delle Stelle potrebbe apparire, invece, anomala o rispondente a semplice curiosità letteraria. London, difatti, ha tutti i requisiti per suscitare i sospetti o le antipatie del Lettore eretico cui le Edizioni di Ar si rivolgono come interlocutore privilegiato. Incarnazione del self-made man di successo, materialista ed evoluzionista dichiarato, socialista seppure sui generis, London viene rappresentato, per lo più, come romanziere popolare ad effetto o come scrittore progressista e engagé (non per nulla un suo romanzo ‘sociale’, Il Tallone di Ferro, ricevette gli elogi di Trotzkij). Eppure, proprio un testo visionario come Il Vagabondo delle Stelle, sembra smentire in modo categorico tutti questi stereotipi, rivelandoci un London interessato confusamente a temi occultistici ed esoterici, affascinato dalle speculazioni sulla reincarnazione e dalla possibilità di trascendere i limiti di un universo angusto e opprimente quale il carcere in cui si muovono i suoi personaggi. Nulla vieta, ovviamente, di apprezzare Il Vagabondo delle Stelle come semplice romanzo d’avventure a chi conservi ancora il gusto della lettura d’evasione. Ci sembra, tuttavia, che esso celi il suo più prezioso significato nell’anelito a testimoniare di un’anima inquieta, ansiosa di liberarsi dalla camicia di forza di un materialismo e di un positivismo che offrono risposte inadeguate alla sua cerca di assoluto. Forse, l’itinerario artistico e spirituale di London compendia l’esperienza di tanti individui del Novecento che hanno rifiutato, dopo esserne stati ammaliati, i miti di un falso progresso e di un razionalismo senz’anima. In tale senso, un filo neppure tanto sottile ci sembra unisca Il Vagabondo delle Stelle a Il Viso Verde (1997), romanzo iniziatico di Gustav Meyrink, scrittore diversissimo da London ma al pari di lui vocato, seppure per altre vie e con altri mezzi espressivi, alla “ricerca interiore” e a “un contatto positivo e verace con ciò che è davvero trascendente” (2).
Opponendosi alla logica dell’effimero, alla banalità delle scelte scontate e all’insipienza delle mode culturali, i testi letterari proposti dal Cavallo alato costituiscono, pertanto, sottili provocazioni intellettuali e sani stimoli per il Lettore curioso, che sappia riconoscere, al di là di ogni schematismo ideologico, consonanze e affinità ideali con autori anche lontani dalla codificazione dei suoi punti di riferimento culturali.
Fabrizio Sandrelli
(1) J. London, Martin Eden, trad. di G. Baldi, Garzanti, Milano 2002, p. 89.
(2) G. Meyrink, Il Viso Verde, trad. a cura di F. Freda e presentazione di E. d’Intra, il Cavallo alato, Padova 1997, p. 19. |
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