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La collana delle Edizioni di Ar sul rischio e la voce dell’Apocalisse è di profetica attualità. Ciò che, nelle intenzioni dell’apostolo Giovanni, si sarebbe limitato a configurare scenari escatologici e ad accennare segreti di superiore comprensione, si è tramutato in realtà fisicamente percepibile nel tempo presente, di palese intendimento per chi abbia anima e spirito per vedere e per udire, per chi ancora sia refrattario alla normalizzazione democratica e al livellamento del pensiero unico: “Nulla al mondo è così potente quanto una profezia della quale sia giunto il tempo”.
La bestia acquatica e la bestia terrestre unite nell’immonda concupiscenza del “marchio”. Come dice l’iscrizione: la prima bestia – il potere politico, forza caotica e oppressiva che rivela un carattere eminentemente satanico; la seconda bestia – il progresso umano, con le sue caratteristiche perverse di falsa religione, di falsa scienza, di depravazione economico-finanziaria.
La politica, da qualche secolo, ha perduto la caratteristica di Arte Regia, ha disperso i lineamenti dell’agire aristocratico e sacrale determinato da destini e visioni del mondo trascendenti, e si è trasformata – degenerando – in umile serva del capitale anonimo e transnazionale. Una nuova struttura mondiale ha messo radici all’interno delle singole nazioni, togliendo loro la linfa vitale che prorompeva dalla loro storia, dalla loro tradizione, dalla loro specificità comunitaria. L’universalismo imperiale è stato sostituito dall’internazionalismo globale: un oscuro magma disorganico avvolge gli Stati, ormai deprivati di ogni identità. Tutto è tristemente uguale, mestamente livellato. Gli uomini di potere, sbiadite figure oscillanti tra despoti in sedicesimo e maggiordomi di un’entità estranea, mancanti di ogni autorità e consistenza, rispecchiano la maggioranza dei cittadini: individui senza forma, con una vita senza ritmo, con una intenzione senza estetica, con una natura senza volto. L’indifferenzialismo ha superato la fase della forzatura, per diventare un’euforica rincorsa volontaria all’anomìa. La politica globalizzatrice ha spazzato via la cultura del mito e della civiltà, trasformando le persone in individui, e ha aggregato questi ultimi in un ecosistema deviato, oppresso da un titanico totalitarismo plutocratico. Questa perversione della politica ha suscitato un universo atipico e un pensiero unificato dalla forza piallatrice della mondializzazione: il meticciato cosmopolita sarà la
determinazione finale, la dannazione totalitaria delle genti. Le guide del popolo, da sovrani legittimati dal sacro o da reggenti evocati dall’inconscio della comunità – entrambi simboli della totalità –, sono diventati semplici gestori contingenti dell’affarismo partitocratico. Banchieri e mercanti si sono proclamati detentori del vero numerico, in nome della peggiore – perché anestetizzante e paralizzante – delle dittature, quella democratico-rappresentativa. Sono i demagoghi – la feccia volgare del collettivo – i nuovi battistrada verso un futuro fosco e oppressivo.
Il curriculum della degenerazione è segnato da tappe precise: nel 1789, fase cruciale della vittoria del Terzo stato – la borghesia –, prende le mosse il discorrere sull’Individuo e sulla Ragione, enti divinizzati dal pensiero positivo dell’Illuminismo; nel 1917, dal germe convulsivo di una massa corrotta dai sobillatori dell’indifferenzialismo materialista, si genera il Quarto stato – il proletariato –, che decapita l’aristocrazia e annienta il ceto rurale, ultimi retaggi della Tradizione; in questa tarda modernità, emerge, con violenza sottile ma inarrestabile, il potere corrosivo e liquefacente del Quinto stato – la moltitudine –, quella massa informe e ibrida decantata da Antonio Negri. La politica nazionale ha lasciato il posto all’amministrazione transnazionale, e i rappresentanti dei singoli Stati, perduto ogni vigore, sono soltanto gli imbonitori dei loro rappresentati: “Per persuadere, si ricorre alle stesse parole, agli stessi slogan, come pace, libertà, democrazia […]”(E. Jünger). Ogni forma di dissidenza, ogni tentativo di opposizione, ogni pensiero non-conformista deve essere relegato nella quarantena degli infetti o nel cattiverio dei pericolosi, con il beneplacito della legge e della morale; in tale modo, il mezzo e il fine diventano simultanei e intercambiabili, in una sorta di accoppiamento ripugnante: come “[…]l’addomesticamento di ciò che è indomito ha come presupposto lo Stato mondiale” (E. Jünger), così lo Stato mondiale pretende l’addomesticamento dei propri sudditi.
È la seconda bestia, con la sua tattica tripartita di profanazione, di positivismo e di mercato, che – in complicità con la prima – impone il marchio nefasto a questo tramonto: il capitale – “un movimento di rapacità impersonale dominato nel suo sviluppo da un’estrema indifferenza per gli interessi privati e per l’interesse pubblico” –, come ha proclamato Georges Bataille, compendiando in due righe lo stile del soggetto e i danni derivanti dallo stesso. La sua impronta caratterizza ogni dispositivo dell’uomo, e in questo modo è impossibile determinare un settore o un momento degenerativo; perciò qualsiasi processo deve essere studiato in maniera sistemica, non lineare per cronologia e per condizioni di causa-effetto. Esso non riconosce terre e confini, ma agisce in nome e per conto di un’entità astratta e senza nome, piratesco aggregato d’interessi e di sfruttamenti, irresponsabile giocatore su più tavoli virtuali della tecnologia informatica. Attraverso i cosiddetti manager, il capitale manifesta un efficientismo impensabile e inarrestabile: “I detentori del capitale mobile informatizzato, il cui possesso decide la sorte delle economie, sono setta anonima collettiva operante su scenari de-socializzati e internazionalizzati” (L. L. Rimbotti); in questo modo essi, non dovendo rispondere per identità e per visibilità ad alcuna istituzione ufficiale, s’infiltrano in qualunque settore, prosciugandolo della linfa vitale e defraudandolo di ogni potenzialità. All’interno della logica mercantile e capitalistica, non esistono soggetti con gusti, princìpi, interessi, volontà, aspirazioni diversi, ma individui preposti alla produzione e al consumo; ogni uomo è oggetto semplificato di bisogni indotti e di soddisfazioni da raggiungere, in una meccanica pulsionale di tipo vegetativo. Tutto ha un prezzo – secondo i chierici del profitto –, e, in conseguenza di questo pensiero, qualunque rapporto interpersonale, o con la natura circostante, è necessitato da relazioni commerciali: l’uomo e il mondo come merci reciprocamente utilizzabili. In una perversa circolarità, la tecnica – o meglio, la tecnocrazia, blasfema sacralizzazione di questa – viene in complice soccorso della ragione sfruttatrice del mercato in nome della scienza moderna e del progresso indefinito. Il cortocircuito positivista ha determinato, così, una paradossale e forzata sovrapposizione di significati del termine progresso, fino a identificarlo “con il ‘progresso materiale’, che sussume anche l’idea di ‘progresso intellettuale’, altro non essendo, quest’ultimo, che il ‘progresso scientifico’ stesso – ma di una scienza esclusivamente rivolta al dominio della contingenza, con il compito di sistemare i dati dell’esperienza per finalità pratiche” (M. Pacilio). Nel momento in cui la scienza, da contemplativa – ammirata dei segreti del cosmo e della natura – diventa manipolativa, e assume quindi il mandato di sfruttamento del mondo, essa entra a pieno titolo nel meccanismo del profitto mercantile, e l’ideologia quantificativa – rifiutando di tener conto delle particolarità e delle differenze – diventa un’altra arma nell’opera di livellamento. La tecnica, poi, come strumento peculiare della scienza, ha perduto ormai ogni controllo sulle proprie motivazioni d’uso: “[…] la ragione non è più regola dell’azione (della prassi), ma regola del procedimento più economico per ottenere, dai mezzi disponibili, i risultati previsti. Come regola del procedimento, la ragione è ‘tecnica’ e il suo lógos corretto è tecno-logia, che trova nell’operazionismo la sua espressione” (U. Galimberti). In altre parole, la scienza moderna come dottrina, e la tecnica come sua applicazione, sono completamente autoreferenziali: tutto ciò che è possibile fare deve essere fatto, di là dal minimo rispetto delle regole naturali, e l’uomo e la natura si trovano a essere semplici strumenti – o obiettivi – della visione del mondo decisa dalla tecnica stessa. Indipendentemente dai vari comitati istituiti dalla modernità istituzionale a tutela dell’etica, della privacy, del consenso – demagogici dispositivi per acquietare le coscienze e riproporre la superstizione democratica –, è evidente che sia in rapido e avanzato sviluppo il “capovolgimento della soggettività: non più l’uomo soggetto e la tecnica strumento a sua disposizione, ma la tecnica che dispone della natura come suo fondo e dell’uomo come suo funzionario” (U. Galimberti).
Risulta chiaro, a questo punto, che una volta abbassato l’uomo a individuo manipolato dall’economia e della scienza, e quindi orizzontalizzata la visione del mondo e della civiltà, ogni aspirazione verso l’alto non può più trovare alcun riscontro e alcuna considerazione. La desacralizzazione – opera originaria nella deformazione di tutti i valori tradizionali e, circolarmente, fenomeno conseguente alla medesima deformazione – non poteva che manifestarsi esplicitamente in questa declinante civiltà. Il sacro, che un tempo permeava la natura e l’uomo in tutte le loro espressioni, si è ridotto lentamente a religiosità, e, quest’ultima, a surrogato di sé stessa in un ulteriore deterioramento mercantile. Da un lato, si è divinizzato l’uomo, portando le sue esigenze e le sue voglie sull’altare della soddisfazione contingente, e, contemporaneamente, dall’altro – quasi per una eterogenesi dei fini –, lo si è abbassato ad animale bisognoso e succube. Disancorato da ogni punto di riferimento trascendente e privato delle proprie radici più profonde, l’uomo – e con esso la politica, la scienza, l’economia, la natura, il mondo – si trova in balìa degli opposti più inverosimili, senza alcuna capacità di discriminare il bene dal male, il vero dal falso, la rettitudine dall’errore. Rende l’idea della scissione attuale una frase di Charles Maurras in La muraglia dei cipressi, riportata da Alain de Benoist: “Senza l’unità divina e quel che ne consegue in maniera di disciplina e di dogma, vengono meno simultaneamente l’unità mentale, l’unità morale e l’unità politica, che possono ricostituirsi solo a patto di ristabilire l’unità primaria. Senza Dio, non c’è più né vero né falso, né diritto né legge. Senza Dio, una logica rigorosa mette sullo stesso piano la peggiore follia e la più perfetta ragione”.
È questo il lato satanico della nostra epoca. La sovversione che interviene nel “regno della quantità” ha sconvolto ogni paradigma: la gerarchia è stata degradata a umanesimo, la ragione a razionalismo, la pratica a materialismo, la scienza a tecnologia, la sacralità a spiritualismo, l’ordine a organizzazione, la funzione a meccanicismo, la vocazione a carrierismo: il mondo è stato solidificato dalla distorsione e dalla caricatura. Il complotto delle due bestie ha applicato – perché intrinseco al loro essere – la logica di Satana al sistema imperante: “[…] vale a dire che egli imita a modo suo, alterandole e falsificandole in modo da farle sempre servire ai propri fini, le cose stesse a cui vuole opporsi: per tale ragione avverrà che egli si industrii affinché il disordine assuma le apparenze d’un falso ordine, che dissimuli la negazione di ogni principio sotto l’affermazione di princìpi falsi, e via diquesto passo” (R. Guénon).
Che fare, quindi, di fronte a questo? Testimoniare è già un’azione di civiltà, forse l’unica luce ‘eroica’ nelle tenebre del conformismo e del fare convulsivo. Testimoniare secondo il monito di Jünger: ossia, che è preferibile una osservazione vigile e lucida a una partecipazione negligente e inconsapevole.
Adriano Segatori
[*] Da "Notizie dell'Amatia", in E. Montale, Le Occasioni. |
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