Catalogo  
 
   
 

GLI INATTUALI

   
SEGNI E LITURGIE DELLA MEMORIA.

 
 

 

 

Una delle collane più pervase di Liebe der Ferne, di cui si fregia il catalogo delle Edizioni di Ar, reca il significativo titolo de GLI INATTUALI. Sulla controcopertina di ciascun volume di essa, si legge, entro una cornice grafica tanto sobria quanto elegante, una concisa sentenza veritativa, tratta da Così parlò Zarathustra (terza parte, “Della visione e dell’enigma”) di Nietzsche: “Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è curva”. Più sopra, un’epigrafe esplicativa, il cui esordio recita: “È inattuale ciò che non si misura né si confronta con il tempo, perché non gli è di genere conforme [...]”. E in cima, a suggello supremo, il sigillo iconico raffigurante l’Uroboros, il mitico serpente avvolto in cerchio su sé stesso, simbolo analogico dell’eterno ritorno, della reintegrazione liturgico sapienziale nell’ordine cosmico originario. Da ciò si comprende come l’inattuale, nel senso nietzscheano del termine, sia estraneo a ogni scarto teologico subordinato alla temporalizzazione, e non presenti alcun abbassamento del principio di verità. Quest’ultimo, invece, ha forma di Sehnsucht della religio originaria, dell’antica sapienza teurgica, sia essa quella dei sacerdoti-legislatori druidici o zoroastriani, oppure quella dei favolosi Iperborei o dei Thuata Dé Danam dell’ultima Thule.
E proprio perché, per sua stessa natura, gli è impossibile degradarsi al compromesso con un qualsiasi imperativo ideologico, oppure, con l’estroversione sociale o politica del più profondo e irriducibile Sé, ecco l’inattuale rifulgere come il più autentico “figlio della terra”. In questa fedeltà alla terra, si rieduca la capacità di porsi in ascolto di Nietzsche: nelle parole del filosofo tedesco si riverbera, infatti, al di là di ogni scarto temporale, la voce antica di Callicle, che, nel Sofista platonico, così evoca il compito degli àristoi: “[...] attirare sulla terra tutto ciò che è legato al cielo e all’invisibile, serrando rocce e querce nella ferma stretta delle proprie mani”.

Se guardiamo al limitato paesaggio naturale sopravvissuto ai margini dell’attuale processo di omologazione antropica, scorgeremo una limitata gamma di specie arboree: soprattutto conifere, rarissime querce. Anch’esse, oggi, sono divenute inattuali: da quando il cristianesimo ha individuato in loro il simbolo dell’antichità pagana, le querce sono state progressivamente eliminate in favore dei cupi cipressi e delle pittoresche conifere. Si pensi a una lettera di Properzio, in cui si rammenta di come, a Roma, i nuovi ricchi avessero prescelto il cipresso per rappresentare, nei propri giardini privati, l’agiata condizione sociale raggiunta. Sovrapponendo al passato la condizione attuale, si è alimentato, pertanto, il luogo comune secondo cui anche l’antica Roma sarebbe stata allietata da alberi di due sole specie: il cipresso e il pinus pinea. In realtà, l’albero che dominava il suo antico paesaggio era la quercia, cui si accompagnavano olmo e frassino. E questo perché Roma rispettava i valori e i simboli dell’antica Tradizione, per la quale la quercia era l’albero sacro per eccellenza, in quanto legame, ponte fra Cielo e Terra. Ecco, se volessimo consacrare ogni volume della collezione GLI INATTUALI, non potremmo che invocare la presenza di una sacra quercia: per la non omogeneità di entrambi al tempo presente – per l’indole comune.
Nel distrarsi da ogni forma di spiritualismo e razionalismo moderni, i testi de GLI INATTUALI aderiscono ai più autentici auspici nietzscheani.
In un saggio del 1929, dal titolo “Bachofen e Nietzsche”, compreso ne L’innocenza del divenire (volume pubblicato di recente nella collezione GLI INATTUALI), Alfred Baeumler riferisce di una lettera inviata a Nietzsche (allora, a Sorrento) da Overbeck, verso la fine del 1876. Tramite essa, l’amico basileese riferì a Nietzsche un ammonimento rivoltogli da Bachofen, una osservazione riassunta in queste laconiche ma significative parole: “Bachofen, come del resto egli stesso è solito fare, ti invita a tenerti lontano da tutto ciò che è inattuale”.
Non sappiamo come Nietzsche abbia reagito, immediatamente, a tale consiglio non richiesto. Ma la sua risposta è implicita nelle opere cui si accinse, da allora: appunto, le Inattuali. Esse manifestano la convinzione – che Baeumler, opportunamente, comprese – della necessità di considerare l’antichità “nella sua prospettiva più elevata, volendo esaminare le ‘premesse filosofiche della filologia classica’”. A tale riguardo – prosegue Baeumler – la sorpresa maggiore è costituita dall’estrema semplicità con cui Nietzsche pone la questione dell’antichità (e quindi dell’inattualità) quale esigenza di un confronto radicale con la sintesi culturale predominante nella modernità: “[…] come può l’antichità essere ‘classica’, ovvero costituire un modello per un tipo di cultura che si dichiara cristiana? La risposta suona così: può esserlo per l’imperfezione dell’uomo moderno, e in particolar modo a motivo della viltà e mendacità dell’uomo di scienza” (1). Allo scopo di illustrarne meglio il valore critico, Nietzsche vede il sommo significato dell’inattuale non nell’aderire di questi a un passato generico, a un momento della storia, né, tanto meno – come invece facevano, e continuano a fare, gli esteti –, all’elemento decorativo dell’antiquitas: con il richiamo alla dimensione dell’inattualità interviene, o meglio, erompe, infrangendo la nozione comune del decorso rettilineo e irreversibile del tempo, la discontinuità temporale rispetto a un presente assolutizzato. Mediante il ripristino della visione circolare del tempo, e, unitamente a essa, della facoltà di farsi presenti al passato, si attua una precisa liturgia, che pone come proprio oggetto la memoria originaria, allo stesso modo in cui i Greci l’avevano sacralizzata e trasformata in oggetto di culto incarnato dalla dea Mnemosyne. A un’analoga forma di sacralizzazione della memoria rinvia la collezione GLI INATTUALI: sul frontespizio di ciascun volume, non a caso, compaiono i versi del frammento hoelderliniano dedicato a Mnemosyne:

“[…] Lang ist
Die Zeit, es ereignet sich aber
Das Wahre
” (2).

Proprio il richiamo hoelderliniano alla dimensione sacrale – diremmo ieratica – della memoria, in cui è la verità stessa a “farsi evento”, dimostra come il ricordare non sia sotto alcun riguardo un fatto passivo, ma si riveli vera e propria conquista. Una conquista decisiva, se pensiamo al modo in cui, tramite essa, rovesciando la prospettiva temporale, si faccia breccia la sapienza in opposizione al sapere dell’uomo ordinario, che, decaduto nella sfera del conoscere desacralizzato e profano, si prostra adulante davanti al proprio idolo: l’opinione pubblica.
Ma questa totale caduta nella sfera di una malintesa e omologante immediatezza/immanenza reca con sé delle fatali ricadute anche sul piano del rapporto tra l’individuo e lo Stato. Come fa giustamente notare Giovanni Damiano nella propria “Postfazione” a Orientamenti. Undici punti di Julius Evola – nono volume della collezione GLI INATTUALI –, diventa una questione cruciale quella “dell’ordine interiore dell’uomo come elemento imprescindibile dell’ordine esteriore dello ‘Stato’”. La fedeltà alla dimensione del pensiero rammemorante rappresenta, dunque, una condizione necessaria per la salvaguardia stessa della trascendenza, principio basilare per ogni autentica politeia:

Pertanto in assenza del superiore riferimento trascendente, la politica mostrerà tutta la sua costitutiva infondatezza.
Totalmente delegittimata e per nulla ben fondata sarà allora la politica, incapace di esprimere una forma e radicalmente preda di forze violente e oscure, una volta privata del ‘sostegno’ trascendente. Tutta la parabola del moderno è, per Evola, tragico segno di tale perdita, caduta di ogni ‘aura’ superiore, cieco allontanamento dall’Origine, regressione via via più accelerata
” (3).

Fra le discipline ‘necessitate’ dal pensiero rammemorante, vi sono anche l’attenzione rispettosa alla dimensione del linguaggio e il desiderio del massimo rigore formale. Come tutti i volumi pubblicati dalle Edizioni di Ar, anche quelli della collana GLI INATTUALI denotano entrambe queste qualità. La cura a che ogni formulazione sia esatta rinvia allo stile dell’antichità classica – in Omero, il rigore dell’espressione e della forma non è mai disgiunto da un senso di correttezza di matrice quasi rituale. Se, prima, abbiamo richiamato l’immagine della quercia, in quanto albero sacro dell’antica Tradizione olimpica, ora, a proposito della liturgia della forma, occorre riandare all’immagine dell’alloro.
Infatti, a suggellare la sacralità, a benedire il sorgere stesso del linguaggio, le figlie di Mnemosyne, le Muse, offrirono a Esiodo – com’egli narra nella Theogonia – il vincastro della sapienza, lo skêptron, reciso da un albero di alloro.
Da questa duplice prospettiva, sacrale e veritativa insieme, troviamo conforto nel riferire di un’impressione personale, probabilmente comune a tutti coloro che si sono accostati, in quanto Autori, Traduttori o Lettori, alle Edizioni di Ar nel loro complesso, e ai volumi de GLI INATTUALI in particolare: la sensazione di riconquistare gradualmente i segni della memoria originaria e porsi entro una rinnovata tensione conoscitiva. Fra i meriti del libro, non ve n’è alcuno maggiore dell’avere contribuito ad affinare la disciplina dell’attenzione e della comprensione in chi lo abbia avuto tra le proprie mani.

Luigi AlessandroTerzuolo

(1) A. Baeumler, op. cit., pp. 173-174.
(2) "Lungo è/ il tempo, ma si fa evento/ il Vero".
(3) G. Damiano, op. cit., p. 54.

 


 
 
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