| |
|
Nei momenti storici in cui la sapienza e la sua emanazione – la cultura – rischiano di essere fraintese e degradate, nasce una suprema esigenza di rettitudine interpretativa: di pervenire, dopo l’analisi orizzontale, alla sintesi verticale, che riporti alle sorgenti originarie dei casi dello Spirito. Il contesto in cui nacque l’idea di paganitas – allorché, nei primi secoli dell’èra cristiana, l’universo classico stava disperdendosi – presentava varie analogie con le circostanze attuali. La geografia dell’imago mundi si stava ridisegnando: quello che i Greci, i Romani avevano pensato a partire da sé, e con riferimento a sé, senza mai giungere a concepire propositi universalistici, velleità di conversione del ‘barbarico’, si confrontava smarrito con la mentalità del cristianesimo, il quale non intendeva, al contrario, accettare
limite, misura. Analogamente, oggi, le forme statali conchiuse sono incrinate dalle linee che i commerci (la mercatura) disegnano sul globo. La vastità inibisce la lucidità di pensiero. Così, nel paganesimo e nel riandare alla genealogia non-cristiana dell’Europa, le capacità speculative possono ristorarsi. Paganitas non è, infatti, un ciclo della storia già trascorso, ma è una categoria del pensabile: e, con ciò, un remedium in grado di influire positivamente sulla crisi di identità della civiltà occidentale.
Il neospiritualismo, che, oggi, sembra indurre un certo ritrarsi dei culti abramitici, è tutt’altro che alternativo a questi: ne è una suggestionata parafrasi. Il pensiero ‘desertico’, attraverso il processo di secolarizzazione, si è garantito la possibilità di plasmare tutte le strutture dell’esistente, e sèguita, così, ad alimentare la superstizione che l’Europa debba riconoscersi radici cristiane. In un simile scenario, in cui i tentativi di rivalutazione dell’antichità classica rappresentano, per lo più, episodi ininfluenti, le Edizioni di Ar – noncuranti, per indole e per intenzione, di mode e convenienze –, con la collezione PAGANITAS, hanno svolto una preziosa funzione nel presentare contributi rigorosi e scientifici agli argomenti in questione. Sono un raro esempio di ‘terra ferma’ ergentesi entro le acque agitate della modernità, e un caso unico in cui il paganesimo venga preso in considerazione con la nietzscheana “rettitudine intellettuale”. La cura attraverso la quale le Ar riannodano i fili dell’originario, l’attenzione a salvare da un taglio di lettura ordinario le testimonianze del perdurare del senso del mondo pagano (avversate dal cristianesimo fino all’ipocrisia del dimenticarsene), l’impegno critico, impassibile alla tentazione della superficialità, rispondono a una precisa linea editoriale: mirano a una sorta di semina per l’avvenire. Le Edizioni di Ar hanno dato alle stampe opere che conoscevano, ormai, solo gli specialisti – per lo più esperti di patristica, che dovevano collazionare le voci del dissenso. La collana PAGANITAS ha cominciato la propria rigorosa opera di semina alla fine degli anni ’70, con la pubblicazione di una triade di testi legati all’epoca del primo scontro tra pagani e cristiani: sillogi di Celso (Discorso di verità, 1977), dell’imperatore Giuliano (Discorsi contro i Galilei, 1977) e di Porfirio (Discorsi contro i cristiani, 1977). L’argomentare di questi ‘padri gentili’ – a dispetto degli apologeti della Chiesa cristiana che preferiscono ridurli all’oblio –, a millenni di distanza, reclama ancora risposta. Di tali scritti è eccellente corollario un luminoso trattato di Sallustio, Sugli Dei e il mondo (1978, 1993), aurea sublimazione della plurimillenaria sapienza ellenistico-romana.
Questo florilegio dottrinario si accompagna a una serie di studi che illuminano alcuni aspetti fondamentali della visione del mondo tipica della paganitas, di per sé multiforme e di ardua definizione. È, infatti, un frequente retaggio dell’ignoranza in materia non tenere in considerazione il fatto che la paganitas pensasse la cultura come uno degli ordini fondanti la struttura armonica del reale. Non era concepibile, infatti, una separazione della sfera attinente alla politèia dall’àmbito del rispetto e delle liturgie del sacro: bisognerà attendere il cristianesimo perché, per la prima volta, intervenga tale drastica scissione. Mentre per i pagani la sapienza non poteva ridursi a discorso, per quanto ornato, finemente cesellato, ma era – e ben lo sapeva Socrate! – uno stile di vita (un tròpos toù bìou), la christianitas scisse la forma dal contenuto consentendo o generando le più varie ipocrisie. L’atteggiamento dei dotti contaminò quel senso di ‘accademia’ che era nato con Platone: imponendo la separazione tra le parole e le opere, tra la vita e la dottrina, il cristianesimo consentiva di propagandare idee cui non si aderiva. Soltanto in tale ottica è possibile comprendere il reale significato dell’editto De Professoribus dell’imperatore Giuliano, che, vietando ai cristiani l’insegnamento della retorica, colpiva chi, mosso unicamente dall’avidità, pretendeva di professare il contrario di quanto pensasse. Riducendo la filosofia, l’arte, la letteratura a mero discorso, il cristianesimo non solo poneva le basi per la cagionevolezza di salute della cultura moderna, ma metteva anche fine alla sacralità della paidèia, alla cultura integrale caratteristica del mondo pagano. E’ sugli scogli di simili ambiguità postulate che saranno condannati a naufragare sia i tentativi di rivendicare una qualsiasi ‘utilità’ al sapere filosofico e alla cultura nella modernità, sia quelli di definire la stessa religiosità pagana: poiché non si dà paganitas senza paidèia, né paidèia senza politèia.
A una visione armoniosa – anima della paganitas: suo presupposto e suo auspicio – si riallacciano gli studi storiografici pubblicati dalle Edizioni di Ar. Entro tale prospettiva integrativa – tesi alla coerenza che è forma –, tali testi hanno considerato la figura, splendida per ascesi e per levatura di spirito, di Giuliano (1) e quella di Aureliano (2), due interpreti di un medesimo desiderio: tradurre in politica – in bene comune e comunitario – la coeva speculazione neoplatonica. La vena del neoplatonismo, questa imponente sintesi della civiltà occidentale antica operata dalla tarda paganitas, scorre, sin dagli inizi, nell’omonima collana di Ar.
Alla sensibilità neoplatonica è affine la speculazione pitagorica: ed è proprio il pitagorismo l’argomento di un’opera3 nella quale il pensiero di Pitagora e dei Pitagorici viene letto nel suo anelito a definire prospettive esistenziali totali, con riguardo alla saldatura tra superiore e inferiore, tra teoria e prassi: l’integralità della teoresi traduce, infatti, (o si traduce in) un conforme stile di vita. Pitagora era l’exemplum del divino incarnato. I canoni di rettitudine della paidèia incontrano, facendosi ispirare, la tradizione misteriosofica, alla quale è dedicato il pregevole e accuratissimo studio del Magnien sui Misteri di Eleusi: pubblicata per la prima volta nel 1929, e recentemente tradotta per i tipi di Ar in italiano (1996), tale interpretazione rimane estranea ai cliché agrarizzanti dell’epoca, i quali tendevano al paradosso di derivare il superiore dall’inferiore.
Ma paganitas è anche sentimento proprio di un ethnos: al paganesimo non ci si convertiva, ma si apparteneva per comunanza etnica e comunione bio-storica. Religio, politèia, cultura, sangue e terra, costituivano unità indivise, organismi vivi e pulsanti. Per questa ragione, i primi cristiani tendevano a definire i propri avversari con i termini di ethnos, in greco, o di natio, in latino, più che con l’astratto pagani (si pensi, in proposito, all’Adversus Nationes di Arnobio): i gentili e i loro costumi (l’etica, insomma) non potevano essere separati. Tale dato storico, che rappresenta, nell’odierno clima globalizzante, un’eresia, ha trovato il conforto dell’attenzione di alcuni testi editi da Ar in PAGANITAS: tra questi, il principale è l’analitico e ponderoso studio di Gian Pio Mattogno sull’antigiudaismo nell’antichità classica (4), prima raccolta completa di testi antigiudaici scritti da autori classici. La problematica del confronto, la necessità di guardare l’indole estranea alla propria per non divenire preda di essa, era tutt’altro che estranea al mondo greco e romano (basti riandare agli scritti di Celso e di Giuliano or ora citati).
Alla natura composita e canonica del paganesimo si rivolse, anche, con autorevolezza e acribia, quello che divenne uno dei migliori interpreti contemporanei dell’essenza della paganitas, Julius Evola. Imperialismo pagano – più volte ristampato da Ar – è esemplare nell’analisi del carattere sovvertitore del cristianesimo, e del suo intervenire nella storia come una spaccatura che allontanava il mondo classico. Intorno a Evola si incentra un saggio che considera il suo ‘passaggio lustrale’ attraverso la religione romana (5).
“Nuovi orecchi per una nuova musica. Nuovi occhi per le cose remote”, chiedeva Nietzsche. E sembrano desiderarli anche questi testi pubblicati da Ar, che mirano al passato e scrutano il presente per propiziare, traendone buoni auspici al riguardo, l’avvenire. La collezione PAGANITAS è, infatti, la lucerna sicura per chi, pur estraneo a essa, sia costretto ad attraversare l’intricata selva della modernità.
Beniamino Massimo di Dario
(1) Cfr. N. Gatta, Giuliano Imperatore. Un asceta dell'idea dello Stato, Edizioni di Ar, Padova 1995.
(2) Cfr. B. M. di Dario, Il Sole Invincibile. Aureliano riformatore politico e religioso, Edizioni di Ar, Padova 2002.
(3) Cfr. C. Andreoli. La politica totale di Pitagora, comprendente una edizione dei Versi Aurei, Edizioni di Ar, Padova 2003.
(4) Cfr. G. P. Mattogno, L'antigiudaismo nell'antichità classica, Edizioni di Ar, Padova 2002.
(5) Cfr. B. M. di Dario, La via romana al Divino. Julius Evola e la religione romana, Edizioni di Ar, Padova 2001. |
|