Catalogo  
 
   
 

IL TEMPO E L'EPOCA DEI FASCISMI

   
LA CONTRODECADENZA.

 
 

 

 

Varie collezioni compongono il mosaico tematico delle Edizioni di Ar, rispondendo all’esigenza di suggerire senza classificare, di delineare senza costringere, di particolareggiare senza parteggiare. Gli autori e gli argomenti presi in considerazione si ‘guardano’ con rispetto, non si sovrappongono, nello spazio, ma si incollanano intimamente sul filo lucido di una cultura che, rifiutando le astrazioni del razionalismo, afferma la propria integrità nella verità espressa dal mito e colta tramite la divinazione delle Idee. Ultimo germoglio dell’albero di Ar è la collezione IL TEMPO E L’EPOCA DEI FASCISMI, che comprende la ristampa di due note opere documentarie: Il Capo di Cuib, di Corneliu Zelea Codreanu, e Militia, di Léon Degrelle.
Non è l’argomento di studio fascismo – al centro di continui approfondimenti storicistici e della forsennata passione di lettori e addetti ai lavori (basta entrare in una qualunque libreria per constatare quale mole di opere sia stata scritta in proposito) – il motivo che ha auspicato la nascita di tale collana. Ma la necessità di individuare il significato metastorico degli eventi cruciali del Novecento e di propiziare uno sguardo lucido e disincarnato sulle eventualità della storia. Comprendere il motivo di una data visione del mondo consente, infatti, di scoraggiare il cattivo gusto di chi freme per “santini unti di patina agiografica”, e, contemporaneamente, di cogliere sul fatto le tendenze alla demonizzazione aprioristica e al risentimento superstizioso.
La manifestazione dei fascismi è fenomeno complesso e profondo: lo sguardo che lo storico vi getta deve resistere alla tentazione di ripiegare sulla necrotizzante dialettica che sconfina nella superficiale antropologia o nella pittoresca cronaca su chi partecipava al gioco e chi lo avversava. Il “tì estì” di essi – l’origine e il significato – è ancora nascosto dalla greve cortina del tabù. Ma i fascismi – per il fatto stesso che abbiano preso corpo in quanto movimenti politici, e per come fascinarono le masse – si rivelano, non solo un luogo che lo Spirito attraversa entro sé stesso (dove la metafisica si incontra con la materialità del vivere), ma un livello dell’autocoscienza dell’individuo: il sintomo, il segnale di qualcosa di radicato nella struttura dell’Io, che può essere forzatamente taciuto ma non ignorato. Negare aprioristicamente i fascismi – condannarli, cioè, senza avere indagato la loro essenzialità – equivale a degradare la conformazione dell’intelligenza, della sensibilità dell’individuo, a negare la possibilità che la coscienza si muova e compia le proprie virtuose, e virtuosistiche, risalite.
La collezione di Ar assume questo proposito: antologizzare alcuni elementi sintomatici dell’orientamento metastorico che, parzialmente (talvolta anche maldestramente), le esperienze nazional-popolari di oltre mezzo secolo fa hanno manifestato; contribuire e aspirare alla comprensione di ciò di cui il fascismo fu segno esteriore. Non è casuale che numerosi storici, politologi e sociologi di varia estrazione culturale continuino a interrogarsi sulla cosiddetta “cultura della crisi” – ovvero sul periodo di “crisi” che ha investito le forme istituzionali e intellettuali dell’Europa, nel periodo a cavallo tra i due conflitti mondiali –, ricercando, tra simbolismi e motivi della mobilitazione di massa, i significati di una nuova dimensione della politica e dello Stato. Tale esigenza nacque, infatti, dall’insufficienza dei “sogni della ragione”: attraverso la forma dello Stato, per il tramite di un sentimento comunitario, essa mirava oltre, richiamava l’uomo all’esperienza del Sacro, denunciando i limiti oggettivi dell’Illuminismo.
La dimensione politica ha valore, per l’individuo, in quanto esprime quella funzione pratica che consente l’incarnarsi spontaneo del principio della sovranità – il quale, per inciso, presiede necessariamente alla possibilità di avere un destino non disordinato e non passivo nel divenire storico –, entro una comunità che sia predisposta a ciò: che manifesti, attraverso l’armonia e l’ordine dei propri elementi costitutivi, un’autocoscienza matura. Essa invoca, infatti, spontaneamente e come somma grazia, la discesa di quei princìpi intemporali che fertilizzano e salvaguardano la vita nel tempo. Essa non teme la sopraffazione di un autarca dispotico, giacché il tramite umano della potenza regale è la sintesi delle sue migliori aspirazioni, è la corresponsione ai suoi bisogni. L’armonia antropologica, culturale, sacrale – etnica – della comunità genera il senso di comune appartenenza a un universo di valori, di verità, a una eredità, a un progetto intimo, alla Tradizione – e si rigenera in esso. Ordine è spontaneo agire in accordo, fisiologico, condiviso volgersi al Bene.
Il primato su ogni altra della dimensione politica è caratteristica specificante dei fascismi rispetto a eventualità consimili: ciò induce la necessità che la storiografia contemporanea esplori ‘con lieve cuore’ l’esperienza di essi, ove questi tentarono di pervenire a sintesi tra tradizione e modernità. Naturalmente, nel dominio pratico, essi si dimostrarono spesso inadeguati al compito, alcune volte anche paradossalmente dissimili dalle proprie intenzioni, tanto che Julius Evola, guardando ai tentativi ‘pontificali’ degenerati, definiva quelle dei fascismi “pericolose oscillazioni”.
Entro il turbinare della storia, l’efficacia plastica delle Idee tende a scemare. Perciò, mietere il senso di un evento nel recinto del tempo è ingeneroso rispetto all’essenza che in tale evento non poté rispecchiarsi. I segni della controdecadenza, il desiderio di riordinamento ideale, di splendore etico, sono “idee senza parole”, e soffrono nel trovarsi confusi entro romantiche leggende. Lo stile di Ar – avverso a qualunque sentimentalismo – farà sì da separare ciò che è mito da ciò che è infatuazione, ciò che è purità di spirito da ciò che è ipostatizzazione di un istinto tirannico – e da ciò che è, infine, puro ressentiment. Opportunamente, la collana rivolge la propria attenzione all’“epoca dei fascismi” – impiegando il termine ‘fascismo’ come una categoria generale. E’ un vocabolo, questo, un po’ audace, che si chiede in prestito alla storia del Novecento perché lì il suo contenuto si fece nome – ma, in altre epoche, avrebbe potuto incontrare diversi sinonimi.
La categoria generale, – non generalizzante, tuttavia, – di fascismo, di là dalla espressione storica, evoca una specie di fascismo-tipo che sigilla, nel dominio politico, l’innesto tra le radici mitopoietiche, sovrarazionali, e le concrete proiezioni storico-razionali di esse. La scheda introduttiva della collezione di Ar impiega, con voluta polisemia, l’espressione “epoca dei fascismi”. Certo perché la diffusione di movimenti politici riferibili a quell’orbita fu debordante, massiva. Ma anche perché, con il termine epoca, restituito al suo significato greco, si vuole delineare quel perimetro incorporeo entro cui la tensione politica maturò e da cui derivò. Un’epoca, quale luogo di crisi del tempo, quale pertugio di dove assurgere alle linfe e ai conforti del mito. Una idea stilizzata di ‘fascismo’ sconfina, al limite, nell’àmbito sovrastorico: volle valersi della crisi del tempo per un’uscita dal tempo, per l’effrazione delle geometrie e di ciò che da esse venne all’uomo: credenze volte alla cattura del Sacro, all’espulsione del Sacro dal cuore dell’uomo.
Così, noi guardiamo al temperamento dell’epoca come a una “barbarica irruzione”. E’ inimmaginabile, oggi, nel tempo addomesticato della delusione, un lusus beffardo, naturale, che al Divino lancia occhiate di fuoco e di devotio.
Considerando le tonalità alte dell’ethos di allora, come caddero di buon grado le decrepite mura di una società in progressivo affievolimento, e si verificò l’irruzione nelle “cittadelle democratiche”, lo stesso filosofo liberale Benedetto Croce si trovò a coniare l’espressione “una invasione degli Iksos”. Egli notava un fenomeno improvvisamente in rigoglio, un “morbo sconosciuto”, ma generato, per paradosso, dalla crisi di valori del mondo borghese, tale da rendere inevitabile una reazione di diversa e opposta natura che ristabilisse l’equilibrio. Una civiltà qualitativa dovette, di necessità, risorgere dal corpo esausto dell’Europa ideologizzata e mercantile. Perciò, nella storia, i fascismi sono il momento nichilistico in cui sfociò il fiume dove avevano fino a poco prima dondolato i navigli dell’agiata borghesia, il rivo ingrossato imprevedibilmente di cui quest’ultima aveva diretto il corso.
L’orda “barbarica” voleva arrivare a sintetizzare saggezza antica ed energia moderna, aderiva alle prospettive della tecnica cogliendovi la premessa per nuovi rapporti tra persona e comunità, ponendosi come alternativa realistica al progressismo democratico e all’oscurantismo reazionario, ambedue utopie impraticabili, differenti ma speculari (per il primo, l’utopia ha sede nel futuro, per il secondo, nel passato). L’epoca dei fascismi, pur rifiutando gli idoli della modernità, è, così, il paredro della modernità – e da ciò nascono molte delle sue deritmie interne.
La “barbarica” tracotanza delle insurrezioni fasciste risiedette nell’intento di cicatrizzare ex abrupto le ferite del proprio tempo: la laicizzazione dei costumi, lo sradicamento sociale causato dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione spinta, lo sfruttamento del capitalismo plutocratico, e il controcanto marxista. Ma l’intreccio tra storia e mito non era ancora cesellato: le contraddizioni tra memoria e oblio, tra simboli e realtà, tra mistica e politica, tra virtù civiche e politiche ed etica militare, non adeguatamente e gravemente soppesate. Giacché l’Origine, il principio, l’eterna primavera delle stagioni, si ritrae di fronte a chi non ne comprenda la latitudine e non consenta con il suo pathos della distanza. Così, Franco Giorgio Freda lucidamente scrisse: “I fascismi hanno significato ed espresso una specie di ‘estate di San Martino’, una reazione crepuscolare, autunnale alla decadenza, semplicemente precorritrice dell’inverno delle culture, che per noi è l’inverno della modernità”.
Sopravvivere all’inverno, magari con un tonificante otium: questo è il fronte che ci attende, dunque – la nostra epoca.

Maurizio Rossi
 


 
 
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Franco G. Freda
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Titoli della collana
'Il tempo e l'epoca dei fascismi':
   

Per i Legionari.
Guardia di Ferro.

Militia

Il capo di Cuib

Il comunismo gerarchico

Il Processo Brasillach

La Battaglia di Berlino

   

Mein Kampf

   

Il Regime dell'Arte

   

Hitler e il nemico di razza

 


 
 
 
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