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I TESTI DI JULIUS EVOLA

   
QUARANT’ANNI DI SCRITTURE.

 
 

 

 

A metà degli anni ’80 del secolo scorso, così scriveva Dino Cofrancesco, concludendo un’analisi sulla ricezione del pensiero evoliano: “Sprofondato in un mondo lontano anni luce dal nostro, il seguace di Evola può smarrire del tutto quella disposizione all’accordo, quel minimo di pragmatismo e di flessibilità richiesti non solo dalla partecipazione politica, ma anche da quella ‘collaborazione sociale’ che si richiede a livello di società civile. Tutto preso dai suoi archetipi eroici e aristocratici, l’evoliano potrebbe coltivare in sé un pathos della distanza suscettibile di diventare un cattivo consigliere. Sicché invece della torre eburnea dello studioso solitario [...] potrebbe venirgli in mente il gesto esemplare, significativo del suo profondo disprezzo verso la società mercantile di massa. Anche qui va sottolineato il potrebbe. Il cosmo evoliano è aperto a tutto. L’allucinazione vi sta di casa, ma non la banalità ‘nostalgica’, né il guasconismo neofascista” (1).

Meno di un decennio dopo, sarebbe stato fin troppo facile fare del sarcasmo sul significato (e sulle implicazioni…) delle espressioni “disposizione all’accordo”, “minimo di pragmatismo” e “flessibilità” – quando, negli anni di Tangentopoli, la magistratura avrebbe scoperto sul fatto i maneggi dei politici. Poiché, a quel punto, “flessibilità” poteva essere parafrasato con ‘illecita disposizione al compromesso’.
Per quanto riguarda il riferimento all’evoliano (di origine nietzscheana) “pathos della distanza”, l’assunto rimanda a una consequenzialità (che si compendia nel minaccioso “potrebbe venirgli in mente il gesto esemplare”) più fantapsicologica che reale, la quale indebolisce la struttura necessitante, già labile, delle deduzioni di Cofrancesco. Le questioni politologiche esigono, infatti, che ogni rapporto di causa-effetto sia minuziosamente verificato tramite il confronto con il reale.
Alla luce di tutto ciò (2), ci interroghiamo su che cosa ne sarebbe stato del pensiero e dell’opera di Julius Evola, se approcci meno moralizzatori non avessero provveduto a ‘custodire’ le pagine del filosofo tradizionalista; approcci che lo studioso deve considerare, almeno per correttezza scientifica, qualora desideri delineare la storia della cultura e della filosofia italiana.
Da poco più di due anni, le Edizioni di Ar hanno preso araccogliere e a pubblicare tutti i testi che Evola compose per quotidiani e riviste; scritture d’occasione che, tuttavia, mandano spesso una luce chiarificatrice su certi snodi ardui del pensiero evoliano (secondo una stima approssimativa, risalente al 1995, tali articoli giornalistici ammonterebbero a circa millecinquecento) (3). Le raccolte già edite sono otto (4). Altre stanno per essere ultimate e sono di imminente pubblicazione. La curatela di questa iniziativa editoriale è affidata a un comitato, presieduto da Piero Di Vona, professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Napoli, e coordinato da Roberto Melchionda, per numerosi anni corrispondente di Evola (5). Di Vona ha preso spesso in considerazione la filosofia di Julius Evola, articolando, in proposito, lucide e rigorose analisi critiche, quali Metafisica e politica in Julius Evola (6) e Evola e l’alchimia dello spirito (7). Melchionda, a sua volta, ha concentrato la propria attenzione sul sottinteso artistico di certo pensiero evoliano, conchiudendo l’elegante excursus nel prezioso testo Il volto di Dioniso. Filosofia e arte in Julius Evola (8).
Gli articoli giornalistici evoliani raccolti finora vennero scritti entro un arco di tempo di circa quarant’anni (1933-1974). Un intervallo nel quale si possono, convenzionalmente, isolare due periodi dallo scenario diversissimo: quello fascista e il Dopoguerra. Al primo di essi, appartengono gli articoli che Evola scrisse negli anni ‘30 e nei primi anni ‘40 (i testi del Corriere Padano, de La Rassegna Italiana e de La Difesa della Razza). Al secondo, quelli che vanno dalla fine degli anni ‘40 agli anni ‘70 (i testi del Meridiano d’Italia, di Ordine Nuovo, de Il Conciliatore, di Totalità, Il Borghese e la Destra).
Qualsiasi studio storico intorno a Julius Evola può derivare notevoli e, talvolta, sorprendenti spunti di analisi da tali collezioni di scritti, concepiti nell’urgenza dell’attualità e, perciò, declinazioni temporali e contingenti del pensiero intemporale – retrattile quasi in senso aerodinamico – tipico del filosofo.

Un volume di oltre quattrocento pagine, curato da Giovanni Damiano, comprende i centodiciassette articoli composti per il Corriere Padano, il quotidiano ferrarese fondato da Italo Balbo nel 1925. Il primo scritto reca la data del 5 gennaio 1933 (ed è il più antico dell’intera collana), l’ultimo, dell’1 settembre 1942. La varietà degli argomenti presi in considerazione da Evola è, qui, davvero notevole per la ricchezza delle questioni politiche, sociali, letterarie, artistiche che essi espongono (9).
Significativo è il proporsi della vexata quaestio della contiguità fra Evola e il regime fascista, la quale suscita l’esigenza di sondare, passo per passo, il tema. Ci domandiamo: in che misura quell’aspirazione evoliana a riorientare il fascismo in senso antiborghese (che risale agli anni ‘20) influirà sulle scelte politiche reali? Come si pone Evola di fronte a determinate risoluzioni del decennio successivo?
Com’è noto, gli storici hanno suddiviso il fascismo in più periodi. Quello che comincia a disegnarsi nella seconda metà degli anni ‘30 si incentra intorno alla costituzione del cosiddetto regime totalitario (10). La posizione di Evola, in proposito, è di “sospensione del giudizio”. Egli tende lo sguardo a mete ideali, rispetto alle quali il totalitarismo può rappresentare solo un luogo di transito necessitato da certe contingenze, l’intervallo di un divenire politico (11) destinato alla creazione di quello Stato organico, spiritualmente gerarchizzato, che si conformi alla quadripartizione indo-aria e tradizionale delle caste (12). Evola aveva avuto modo di chiarire, in un capitolo di Rivolta contro il mondo moderno, che tale figura dell’ordinamento della comunità risponde alla natura autentica dell’Essere, la quale è contraddistinta da armonia, non da sopraffazione – da giustizia, non da violenza (13).
Critiche aspre al totalitarismo verranno levate spesso dal pensatore, in anni successivi. Nel 1953, ne Gli uomini e le rovine, egli individua una contrapposizione netta: “il totalitarismo, mentre reagisce contro l’individualismo e l’atomismo sociale, porta fatalmente a termine la devastazione di ciò che in una società può ancora sussistere della fase ‘organica’: qualità, forme articolate, caste e classi, valori della personalità, libertà vera, audace e responsabile iniziativa, valori eroici” (14). Evola deplorerà sempre le espressioni di ingiustificato assolutismo che eruppero dalla politica del Ventennio (15).
L’argomento del razzismo, dimensione integrante dell’edificazione dello Stato totalitario fascista, suscitò nel filosofo prese di posizione molto lontane dal basso biologismo, ch’egli considerò un degradamento, un fraintendimento, uno snaturamento della questione razziale.
Il punto di vista evoliano in proposito traspare da diversi suoi articoli, usciti su La Rassegna Italiana (il mensile fondato da Tomaso Sillani nel 1917), raccolti ora in un volume a cura di Aldo Bracciom (16). Esso comprende quattordici testi, pubblicati dall’aprile 1933 al giugno 1952 (l’unico del dopoguerra).
Nello scritto del gennaio del 1934, “Razza e cultura” (17), Evola esprime le proprie valutazioni sull’ondata di razzismo proveniente dalla Germania. Tentando di mettere argini alla confusione dell’indeterminatezza, in cui caddero parzialmente anche razzisti classici quali de Gobineau, il filosofo italiano avversa la tendenza a un razzismo che poggi su base biologica. Egli insiste sulla necessità che la cultura trionfi sulla natura, e non si faccia, invece, sopraffare da essa. È lo stile, manifestazione individuale di una tradizione ideale, che deve essere considerato riferimento essenziale per una qualsiasi comunità (e, particolarmente, per l’élite di questa) – pensava Evola –, in luogo dei fenomeni dell’eredità genetica, i quali imprigionano sia l’elemento anìmico, sia quello spirituale, entro le rigide maglie dell’appartenenza etnica (18).
Lineamenti essenziali della questione razziale vengono sondati anche nel volume curato da Piero Di Vona, comprendente i testi de La Difesa della Razza, trentaquattro articoli che coprono un arco di tempo di poco più di tre anni, dal gennaio 1939 all’aprile 1942.
Il primo numero del quindicinale La Difesa della Razza, diretto da Telesio Interlandi, apparve il 5 agosto 1938. Il comitato di redazione è formato da alcuni firmatari del “Manifesto degli scienziati razzisti” (promosso da Mussolini il 14 luglio dello stesso anno).
In una “Nota” al volume, Giovanni Damiano ricorda che non ci fu conformità fra le idee evoliane in tema di razzismo e la linea editoriale del periodico. Come abbiamo visto, per il pensatore tradizionalista il razzismo biologico (cui anche la rivista aderiva) non era sufficiente a risolvere una questione così poco ‘materiale’ quale quella della razza (in proposito, basta leggere l’articolo “I tre gradi del problema della razza”, del gennaio 1939) (19).
Ciò fu causa di aspre inimicizie tra Evola e certi esponenti del fascismo. Un esempio di queste è la parziale ripubblicazione, sul quotidiano Gazzetta di Venezia del 7 gennaio 1939, di un articolo (“Razzismo totalitario”) apparso, nel dicembre 1938, su La Rassegna Italiana (20). L’amputazione potrebbe essere dovuta a censura ideologica.
Nella seconda metà dello scritto che venne omessa, Evola scriveva infatti della tripartizione dell’ente umano in corpo, anima e spirito e dei tre relativi gradi del razzismo. Palesi le distanze da quel razzismo biologico, che da qualche mese, in Italia, era divenuto canone ideologico e norma giuridica. Tali discrepanze fanno sospettare un intervento uniformante.
È noto che il filosofo non aderì mai al razzismo ufficiale. Anzi, procedendo in una direzione che potremmo definire eretica, lo stesso Evola progetterà una propria iniziativa editoriale: il periodico Sangue e Spirito. Nel settembre del 1941, convocato a Palazzo Venezia, ne parlerà a un Mussolini assai attento alla proposta, ottenendone l’approvazione. Tuttavia, osteggiato dai gruppi cattolici e dai biologisti compilatori del “Manifesto”, il progetto, il cui contenuto avrebbe voluto riuscire coerente sotto il profilo dottrinario ed efficace sotto quello pedagogico-politico, non andrà mai in porto.

Gli articoli del Dopoguerra, vennero elaborati in un clima ed entro un paesaggio storico diversissimo.
I testi del Meridiano d’Italia (settimanale fondato da Franco De Agazio nel 1946) comprendono settantasei scritti, pubblicati dal settembre 1949 al luglio 1958. Nel saggio di apertura, Francesco Ingravalle espone le caratteristiche dell’ambiente politico del nostro Paese nell’immediato dopoguerra, illustrando le diverse anime derelitte di quella Destra italiana naufragata nel conflitto (21). La stessa genesi del MSI, giustamente definita “contraddittoria”, è lo specchio di un periodo saturo d’incertezza (22). Riguardo alla giusta e corretta lettura degli interventi evoliani, notiamo un’importante affermazione del Curatore: “Gli articoli di Evola, maturati in un ben preciso ‘orizzonte pragmatico’, sarebbero [...] incomprensibili, nella loro oggettiva portata, se li si volesse estrapolare da quel contesto storico” (23). Tale precisazione sottintende, dunque, l’esigenza di storicizzare la scrittura giornalistica dell’autore, per renderne intelligibili i significati.
Sulle pagine del settimanale, Evola affronta vari temi di politica, cultura, costume. Non dimentichiamo che alcuni di essi, contenuti nei testi pubblicati sul settimanale milanese, raggiungeranno la loro forma definitiva in opere quali Orientamenti (1950) e Gli uomini e le rovine (1953).
“Verso l’‘élite’ di un fronte ideale” (18 settembre 1949) è il primo scritto pubblicato dal settimanale. Evola vi ribadisce una concezione eminentemente elitaria della politica. Egli usa una certa durezza, sia nei confronti del Ventennio (“la sfera dei veri princìpi veniva considerata come poco importante, ognuno poté dire più o meno la sua e considerarsi sempre ‘fascista’...”, scrive Evola), che dell’interregno di Salò. A proposito del fascismo, si nota la presa di distanza da quella concezione, per così dire, non-tradizionale dello Stato, e l’intento di evitare che una prassi mendace rischi di sfigurare la fisionomia ideale, normativa, della dottrina (24). In varie formulazioni, si affaccia quel senso di fastidio verso la Sinistra, che condurrà Evola ad auspicare una convergenza politica fra il MSI e le altre forze nazionali.
Il volume curato da Renato del Ponte, I testi di Ordine Nuovo, comprende diciannove saggi pubblicati tra il 1955 e il 1974, anno della morte del filosofo. In particolare: tre scritti sono del ‘55, tre del ‘56, tre del ‘58, uno del ‘59, uno del ‘60, uno del ‘64 (si tratta di un’intervista), uno del ‘67 (si tratta di una lettera), uno del ‘71, due del ‘73 e tre del ‘74. La densità, vale a dire il rapporto tra il numero di articoli e gli anni in cui vennero scritti (quasi venti), non è alta.
Renato del Ponte fornisce alcuni importanti dati storici. Il Centro Studi Ordine Nuovo nasce, o comincia a prendere forma, nel 1953; nel 1956, però, dopo il Congresso di Milano che riconobbe l’egemonia delle tesi di Arturo Michelini, esso, preferendo l’autonomia al conservatorismo di partito, esce dal Movimento Sociale. Nel novembre del 1969, la maggior parte del gruppo dirigente di Ordine Nuovo decide di rientrare nel MSI; tuttavia un gruppo di militanti capeggiati da Clemente Graziani, il 21 dicembre dello stesso anno, darà vita al Movimento Politico Ordine Nuovo. Quest’ultimo sarà sciolto dal Ministero degli Interni nel dicembre del 1973 (25).
Nell’articolo del luglio-agosto 1955, Evola specifica le ragioni della propria opposizione a Gentile. Non costituisce una novità, questa incompatibilità – in fatto di visioni del mondo e di rappresentazioni ideologiche – tra i due pensatori. Tuttavia, v’è da considerare che nei primi anni del secondo dopoguerra, il filosofo di Castelvetrano ucciso dai partigiani era ancora un punto di riferimento per certi settori della Destra italiana. E ciò strideva con la posizione dottrinaria del filosofo tradizionalista.
L’articolo del marzo del 1958, “Il fascismo e l’idea politica tradizionale”, anticipa il noto saggio evoliano sul fascismo, pubblicato per la prima volta nel 1964: a notarlo è lo stesso Di Vona (26).
La lettera aperta del marzo del 1967 (indirizzata a Giorgio Almirante), il cui riferimento è una “Tribuna Politica” alla quale Almirante aveva partecipato, è una vera e propria strigliata all’ex redattore de La Difesa della Razza. Ancora una volta, Evola mette in luce quei princìpi del fascismo che andrebbero opposti alle condizionalità storiche del regime, e ritorna su certe qualità ‘in ordine’ del razzismo italiano che non erano emerse dal dibattito televisivo (a esempio, quelle relative alla definizione di un uomo nuovo, cui sia proprio un certo stile, il quale risulti preminente su una data appartenenza razziale).
I testi de Il Conciliatore (mensile fondato e diretto da Carlo Peverelli nel 1952)27 sono cinquantaquattro (comprendono anche un’intervista) e coprono un arco di tempo di sedici anni, che va dal gennaio del 1958 al novembre-dicembre del 1973.
Gli articoli evoliani trattano di argomenti diversissimi: “politica, filosofia quanto basta ad avere le idee chiare, costume senza frivolezze, e stile prima di tutto”, così nota la Curatrice Anna K. Valerio (28). Anche in questo volume si possono cogliere diversi spunti di rilievo.
Nell’articolo del novembre del 1958, “Il maggior pericolo”, Evola si interessa a una difficoltosa questione strategica. Dal punto di vista che egli definisce “materiale” (e che riferisce al quadro della politica delle alleanze), al di là del blocco americano e di quello sovietico, il filosofo non vede spazio alcuno per la sopravvivenza politica di una terza forza. Il maggior pericolo per l’Italia è, in tali circostanze, la Russia, e, se il sovietismo dovesse avere la meglio, sarebbe prevedibile una eliminazione fisica di chi in Europa difendesse “una superiore idea dell’esistenza e dello Stato”. Non si può non accettare, allora, la difesa degli Americani (il Blocco Atlantico), in quanto veicoli dell’unica forza in grado di arginare la minaccia comunista.
Questa considerazione, amara e sofferta, è coerente con quanto il filosofo scriveva più di sei anni prima sulle pagine de Il Nazionale (29), e, nell’atmosfera della guerra fredda, risultava improntata a una necessaria Realpolitik, rivelando una sensibilità tattica che smentiva l’immagine di un Evola irrealista, chiuso nella turris eburnea dell’astrazione.
Ma da una prospettiva strategica, ‘teleologica’, come il filosofo aveva scritto già nel 1929 (30), le ideologie dei due blocchi rappresentano le due facce di un unico male. Anzi, se il comunismo è, politicamente, la minaccia maggiore, l’americanizzazione, è, culturalmente, un male peggiore. Abbiamo già notato più sopra come l’àmbito culturale sia considerato quello di maggior riguardo dal pensiero evoliano. Ebbene, il cinema, la radio, la televisione e i rotocalchi, i mass media, sono per Evola i focolai principali della diffusione di un modello deleterio di cultura (31).
In ultimo, ci vorremmo soffermare sull’articolo “Considerazioni sul movimento studentesco” (luglio-agosto 1968). In esso, ha voce una sorta di maturo scetticismo (che ricevette conferma, a posteriori, alla luce di certo carrierismo postsessantottino) nei riguardi della contestazione studentesca. Negli slogan, nell’anarchismo libertario e nelle “utopie apocalittiche” solo superficialmente antisistema, il filosofo coglie le ragioni di un’agitazione bassamente politica. In sostanza, ciò che si voleva era un ingresso facilitato nel grande sistema, un mero cambio al potere, pronto a risolversi in rinnovato conformismo. Evola stesso ricorda la “formula grottesca e abbastanza ibrida delle tre M: Marx, Mao, Marcuse”, in voga in Germania. Una equazione non dimostrata, che denota sia la grande “confusione mentale” del periodo (32), sia l’utilizzo di certe fonti ideologizzate.
Una contestazione efficace deve porsi, invece, su fondamenti lucidi e sicuri, in quanto dev’essere perfettamente chiaro “in nome di che cosa si dice ‘no’ a tutta la civiltà” – affermerà Evola, nel gennaio del ‘70 (33). Un vero attacco al sistema non può ridursi a mera lotta di fazioni partitiche, ma deve tendere a qualcosa di veramente radicale e risolutivo. L’opzione evoliana è allora quella di “tenersi sulle linee di vetta: fermo nei princìpi; inaccessibile a qualsiasi concessione; indifferente di fronte alle febbri, alle convulsioni, alle superstizioni ed alle prostituzioni al cui ritmo danzano le generazioni ultime” (34). Una via, questa, lontana dalle contaminazioni di certo propagandismo – sconfinante però nel pessimismo.
Un volume, curato da Roberto Melchionda, raccoglie gli articoli pubblicati dal quindicinale Totalità (cinque del 1967 e uno del gennaio del 1968), dal settimanale Il Borghese (uno del 1953, nove del 1968 e tre del 1969) e dal mensile la Destra (due del 1972, due del 1973 e uno del 1974).
Di Totalità, possiamo ricordare il lucido, sarcastico scritto “Contro i giovani”, del luglio del ‘67, nel quale l’autore avversa la retorica giovanilistica, pronunciando parole profetiche sul destino di certi ribelli (35).
Sulla singolarità della collaborazione evoliana a Il Borghese si è già scritto (36). A parte un articolo del ‘53, essa si concentrò nel periodo della contestazione, e si caratterizzò per le forti esigenze conservatrici manifestate contro la Sinistra.
La Destra, invece, pubblicato dalle medesime Edizioni del Borghese, fu “il primo tentativo italiano di dare voce su scala occidentale (per non dire mondiale, visto che vi collaborò Mishima) al pensiero di Destra nell’insieme delle sue componenti” (37). Il periodico poteva vantare un comitato internazionale ricco di personalità illustri (da Eliade a Jünger). Ivi, nel luglio del 1974 (un mese dopo la morte del filosofo), venne pubblicato un omaggio a Evola, scritto da Giovanni Allegra, che si avventurava in “un primo bilancio dell’opera evoliana” (38). Sullo stesso fascicolo, apparve in seguito una trilogia, dal titolo “Idee per una Destra”, pubblicata anni prima da Il Borghese e precisamente dall’ottobre al novembre del ‘68. In essa, Evola auspicava il compaginarsi di alcune forze politiche (il Partito Liberale, quello di Unità Monarchica e il Movimento Sociale Italiano), che tenesse nella dovuta considerazione la questione dottrinaria. In tal modo, il liberalismo pre-illuminista e pre-ideologico (39), poteva significare un buon antidoto contro il totalitarismo antitradizionale, del quale Evola paventò sempre la brutalità. La novità, rispetto agli articoli dell’immediato dopoguerra, è qui la ricerca di una convergenza storico-politica tra parti in precedenza considerate essenzialmente estranee le une alle altre. Nel 1949, così scriveva infatti il filosofo tradizionalista: “Che taluno possa poi considerar come di ‘Destra’ i liberali, è segno del grado a cui la confusione ideologica oggi è giunta: una asserzione del genere avrebbe fatto rabbrividire i nostri nonni. Se, nel caso migliore, i liberali s’intendono a difendere alcuni valori elementari della personalità umana, essi sono, per le premesse in fondo agnostiche, individualistiche e privatistiche della loro dottrina, incapaci di assumerli in funzione di una forza politica davvero formatrice ed atta ad opporsi ai processi attuali di collettivizzazione e di disgregazione sociale” (40).
Nel 1968, il liberalismo rimaneva ancora, “incompatibile con l’ideale di un vero Stato di Destra” (41), eppure Evola si sforzava di scorgervi possibili caratteristiche positive, qualora fossero intervenuti opportuni chiarimenti dottrinari.
La sintesi dei testi evoliani del secondo dopoguerra conferma la coerenza dell’Autore, animato da una visione elitaria dei fenomeni sociali. Ma suggerisce anche il profilo di un pensatore che rivela doti di realismo, che sa valutare con agilità tattica la portata dei diversi fenomeni. Così, il filosofo dal disincanto quasi pessimistico si poteva alleare all’analista degli eventi. Queste due figure rimandano, in fondo, alla immagine che, ne Il cammino del cinabro, lo stesso Evola aveva dato di sé, quale forma complessiva (anìmica e spirituale) descritta dalla coesione tra gli elementi propri dello kshatriya e del brahmâna (42).

Marco Iacona

(1) D. Cofrancesco, “Le destre radicali davanti al fascismo”, in AA.VV., L’eversione nera: cronache di un decennio. (1974-1984), Franco Angeli, Milano 1985, p. 112.
(2) Che non si tratti di episodi isolati, lo ha dimostrato G. de Turris in Elogio e difesa di Julius Evola, Mediterranee, Roma 1997.
(3) R. del Ponte, “Julius Evola: una bibliografia. 1920-1994”, in Futuro presente, 6/1995, p. 39.
(4) Sono, nell’ordine di uscita: I testi de La Difesa della Razza, a cura di P. Di Vona (2001); I testi di Ordine Nuovo, a cura di R. del Ponte (2001); I testi de La Rassegna Italiana, a cura di A. Braccio (2001); I testi de Il Conciliatore, a cura di A. K. Valerio (2002); I testi del Corriere Padano, a cura di G. Damiano (2002); I testi di Totalità, Il Borghese, la Destra, a cura di R. Melchionda (2003); I testi del Meridiano d’Italia, a cura di F. Ingravalle (2003); I testi de La rivolta ideale, a cura di M. Iacona (2004).
(5) Una sezione dell’epistolario evoliano curato da R. del Ponte, è dedicata alle lettere scritte dal filosofo tradizionalista a R. Melchionda. Cfr. J. Evola, Lettere 1955-1974, La terra degli avi, Finale Emilia 1994, pp. 63-83.
(6) P. Di Vona, Metafisica e politica in Julius Evola, Edizioni di Ar, Padova 2000.
(7) P. Di Vona, Evola e l’alchimia dello spirito, Edizioni di Ar, Padova 2003.
8 R. Melchionda, Il volto di Dioniso. Filosofia e arte in Julius Evola, Basaia, Roma 1984.
(9) Davvero suggestivi i brani che Evola dedica alla montagna. Cfr. ad es. J. Evola, “Trasgressioni”, in J. Evola, I testi del Corriere Padano, Edizioni di Ar, Padova 2002, pp. 263-266.
(10) G. Damiano, “Negli anni della decisione. Appunti su Evola e il fascismo”, in J. Evola, I testi del Corriere Padano, cit., pp. 17-20.
(11) Ibid., p. 21.
(12) J. Evola, “Sulla caduta dell’idea di Stato”, in Lo Stato, febbraio 1934, ora in J. Evola, L’idea di Stato, Edizioni di Ar, Padova 1994, pp. 21-39.
(13) J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma 1993, cap. XIV, pp. 120-133.
(14) Cfr. J. Evola, Gli uomini e le rovine, Edizioni dell’Ascia, Roma 1953, p. 66.
(15) Cfr. J. Evola, Il fascismo visto da Destra. Note sul terzo Reich, Volpe, Roma, 1974, pp. 35 e ss.
(16) Cfr. A. Braccio, “Notizia”, in J. Evola, I testi de La Rassegna Italiana, Edizioni di Ar, Padova 2001, p. 13.
(17) Ibid., p. 14.
(18) Cfr. J. Evola, “Razza e cultura”, in J. Evola, I testi de La Rassegna Italiana, cit., pp. 31-36.
(19) J. Evola, “I tre gradi del problema della razza”, in J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Edizioni di Ar, Padova 2001, pp. 45-48.
(20) Cfr. J. Evola, “Razzismo totalitario”, in Gazzetta di Venezia, 7 gennaio 1939.
(21) Cfr. F. Ingravalle, “Una meditazione per l’azione”, in J. Evola, I testi del Meridiano d’Italia, Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 13-19.
(22) B. Cacciola, Appunti per una storia del MSI, Trieste, 1990, p. 9.
(23) Cfr. F. Ingravalle, “Una meditazione per l’azione”, op. cit., p. 15.
24 Arthos (J. Evola), “Verso l’‘élite’ di un fronte ideale”, in J. Evola, I testi del Meridiano d’Italia, cit., pp. 37-38.
(25) R. del Ponte, “La collaborazione di Evola alla rivista Ordine Nuovo”, in J. Evola, I testi di Ordine Nuovo, Edizioni di Ar, Padova 2001, pp. 14-16. V’è da segnalare che dopo il 1956 (fino al 1965), la rivista Ordine Nuovo, muterà veste e linea editoriale, intendendo seguire un orientamento tradizionale al di fuori delle «faccende politiche e partitiche». (Lettera di J. Evola a R. Melchionda, in J. Evola, Lettere 1955- 1974, cit., p. 63.)
(26) P. Di Vona, “Notizia”, in J. Evola, I testi di Ordine Nuovo, cit., pp. 19-20.
(27) Cfr. A. Braccio, “Nota su Il Conciliatore”, in J. Evola, I testi de Il Conciliatore, Edizioni di Ar, Padova 2002, p. 23.
(28) A. K. Valerio, “Il tavolo del gioco”, in J. Evola, I testi de Il Conciliatore, cit., p. 14.
(29) Cfr. J. Evola, “Chiarezza su tre punti”, in Il Nazionale, 13 luglio 1952.
(30) Cfr. J. Evola, “Americanismo e bolscevismo”, in J. Evola, I saggi della Nuova Antologia, Edizioni di Ar, Padova 1982, pp. 33-56.
(31) J. Evola, “Il maggior pericolo”, in J. Evola, I testi del Conciliatore, cit., p. 40.
(32) Cfr. J. Evola, “Considerazioni sul movimento studentesco”, in J. Evola, I testi de Il Conciliatore, cit., pp. 106-109.
(33) Cfr. J. Evola, “L’uomo di vetta” (intervista di G. de Turris), in J. Evola, I testi de Il Conciliatore, cit., pp. 129-135.
(34) Ibid. p. 135, ma il passo è tratto dall’introduzione alla III ed. di Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma 1969.
(35) Scrive Evola: “D’altra parte è certo che col passare degli anni, con la necessità, per i più, di affrontare i problemi materiali ed economici della vita, questa ‘gioventù’ divenuta adulta si adatterà alle routines professionali, produttive, sociali e matrimoniali, con il che, peraltro, passerà semplicemente da una forma di nullità ad un’altra”. (“Contro i giovani”, in J. Evola, I testi di Totalità, Il Borghese, la Destra, Edizioni di Ar, Padova 2003, p. 54).
(36) Cfr. R. Melchionda, “Politica dell’apolitìa. Evolismo metafisico ed evolismo politico”, in J. Evola, I testi di Totalità, Il Borghese, la Destra, cit., pp. 16-18; fra gli altri, A. Barbera (a cura di), Idee per una Destra, Fondazione J. Evola, Roma 1997, pp. 20-21, e G. de Turris, “Evola e le rovine elettroniche degli anni novanta”, introduzione a J. Evola, Gli uomini e le rovine, Settimo Sigillo, Roma 1990, p. XIV e ss.
(37) R. Melchionda, “Politica dell’apolitìa. Evolismo metafisico ed evolismo politico”, in op. cit., p. 18.
(38) G. Allegra, “Prima memoria di Julius Evola”, in La Destra, luglio 1974, pp. 59-84.
(39) Cfr. J. Evola, “I due volti del liberalismo”, in J. Evola, I testi di Totalità, Il Borghese, la Destra, cit., pp. 86-89.
(40) Arthos (J. Evola), “Questa inesistente Destra”, in La Rivolta Ideale, 17 novembre 1949.
(41) J. Evola, “I due volti del liberalismo”, cit.
(42) J. Evola, Il cammino del cinabro, Scheiwiller, Milano 1972, pp. 11-13.

 


 
 
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Franco G. Freda
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