Presentazione  
   
UNA FILOSOFIA CORALE.

   
   

Le Edizioni di Ar nacquero il 9 dicembre 1963, nel deserto della sconfitta bellica. Allora, a destra, non c’erano che rantoli di rimpianto e scomposti impeti di rivalsa. Una politica sciatta, ‘sottana’, amministrata dall’uggioso M.S.I, sempre più perbene. Palestre per dopolavoristici vagheggiatori della marzialità runico-nipponica. Tanta colla (per i manifesti elettorali e i cocci del tempo che fu) e tanta rabbia, bile amara, lacrime sentimentali, ottusità di sensi e sguardo. Una nostalgia indefinita, il sospiro impotente di un passato che non si sapeva collocare né nella storia né nella dimensione incorporea e radicale dei significati. Insofferente di fronte a tutta questa fluidità e liquidità, Ar cominciò a muoversi per stabilire le radici, i fondamenti, le essenze intemporali, e per individuare i motivi occasionali del panorama che aveva dinnanzi, quale si stendeva dal prossimo piagnone al ‘rosso’ invasato di tronfio democratismo. Cominciò a schernire le smorfie tipiche della sceneggiata postbellica e a interpretarle – nietzscheanamente – come sintomi della mentalità del tempo e segnali della statura dei suoi attori. A ghignare di tanta effimera vanità. E a riprendere i fili di una storia che si scandisce su ere geologiche e non sfarina nella carta scadente dei quotidiani. I fili di una storia che non è più storia, ma mito, o avventura, o arte (senza artificio). Sicura, pur se accesa – impassibile, pur se dirompente – magnanima, pur se fiera e sprezzante.
Non è la voce della destra a risuonare nei volumi di Ar: è l’eco del lontano. E’ l’armonia di prima della comparsa delle scansioni parlamentari, delle frammentazioni tipiche degli istituti della modernità, di tutto questo caos troppo umano, troppo cittadino, troppo rumoroso, troppo chiacchierato, troppo promiscuo e sociale. C’è il desiderio del silenzio, del ritmo liturgico, della perfetta allusione del simbolo – nel timbro di Ar. C’è l’audacia di chi è libero davvero, la volontà di fare tremendamente sul serio: che significa pensare, volere e agire al di là di questo giorno, di quest’anno, di questo secolo, di questo mondo. A consolidare la “grande passione”, ci sono il buon gusto, la discrezione, la sottigliezza, portati da un basso continuo di anarchia nichilistica e sprezzatura, certo non esibite come scusanti di una rinuncia o alibi di una distrazione personale.
Nietzsche e la simbolica, Platone e gli antiumanisti di Lacerba, che si auguravano un rapido spopolamento del mondo a opera di qualsiasi catastrofe. L’erotica e l’assalto armato. Céline e Gòmez Dàvila. Evola e Spengler. Simmel e Devoto. La Berlino a colori e la bianca luce olimpica in cui muoveva l’imperatore Giuliano. La razza e lo stile. Il ‘miracolo’ e la disciplina. I ribelli ‘contro’ e i generosi esempi di pura, feudale fedeltà. Il libretto per fanciulli e quello per chi nasce postumo. L’“infinità di uno stesso pensiero” trova, nel catalogo di Ar, le parafrasi, le “testimonianze”, più varie. E l’architettura del miglior altrove il suo disegno di fondazione. Chiunque voglia edificare “non nella creta traditrice della storia, ma nel marmo dell’arte” ora sa dove mettere le mani.

“Di ciò che davvero importa non ci sono prove, ma testimoni.” (N. Gòmez Dàvila)

“Noi dobbiamo situarci sulla linea che segna il confine tra cielo e terra, in cui cielo e terra si confondono: in cui l’illuminante e l’illuminato danno vita al luminoso.” (F.G. Freda)

“[Il grande stile] ha in comune con la grande passione il fatto che disdegna di piacere; che si scorda di convincere; che comanda; che vuole… Riuscire a dominare il caos che si è; costringere il proprio caos a diventare forma: diventare logici, semplici, univoci, diventare matematica, legge: ecco la grande ambizione. Ma essa ripugna; niente eccita più l’amore per questi violatori [Gewaltmenschen] – intorno a loro grava una solitudine, un silenzio, una paura come di fronte a un grande sacrilegio…” (F. Nietzsche)



   
 
   
 
Franco G. Freda
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