Presentazione  
   
UNA FILOSOFIA CORALE.

   
   

Quarant'anni fa, il 9 dicembre del 1963, videro la luce, nacquero all'ufficialità, le Edizioni di Ar, sotto il segno di fuoco del Sagittario. Sotto gli auspici, dunque, di un fuoco già maturo, ultimo, non tutto fumo e faville, non di legna verde e novella, ma già 'disciplina dell'ardere', tutta protesa alla vicina incandescenza. Nell'intenzione di chi riconobbe la loro necessità e ne incarnò l'avventuroso fatum, si trattava infatti di creatura che, nel momento stesso in cui muoveva i suoi primi respiri, era già ricordo dei molti recessi della storia in cui, diversa nei lineamenti, identica nel cuore, era vissuta.
Certamente, sue passate dimore – nell'attardarsi a contemplare – furono la conchiusione del perimetro perfetto di un tempio greco, le selve dove barbari divini si compaginarono per resistere ai sintomi del cedimento, della degenerazione, del crollo, dove si cominciò a parlare latino e si proseguì con Dante, la corte del Mikado orientale, tra la vegetazione lustra di umori, e dove ogni umore cede il passo alla santa pietra della pronuncia del sacro. Paesaggi che rimandano, nelle loro caratteristiche comuni, a un articolarsi geometrico (ma 'fine'): la figura del tempio, la compagine – figura anch'essa – delle anime, la semantica ordinata del linguaggio, la corte, lo spiegarsi della natura nello schieramento di fronde, il suono melodioso per il suo senso.
Rarefatto dopo il lungo viaggio storico, un sentire il cosmo come entità sommamente degna; un guardare il mondo rispettoso di sé, devoto a ciò che non è circoscrivibile entro nascita e morte, pure se chiaro, non confuso (un considerare lo spazio, non il tempo; la stagione, non la scansione), si rinnovava e suscitava l'espressione (animava la tensione alla forma) di questa creatura già antica. La datazione storica che ne precisa l'avvento è, pertanto, un semplice aneddoto.
E' cronaca, e la cogliamo come occasione solo in quanto testimonia di un certo lignaggio, delle qualità di tenacia e di non esauribilità che intrisero il suo tempo. Ma se non si intuisce la fatalità, appunto, che presiede all'intenzione, la volontà di restare trasparenti dell'eterno che ne precede ogni particolare movimento, non si può comprendere l'unicità e l'eccezione di Ar, rispetto a un panorama in cui tutto, della cultura, era diventato imitazione, o nozionismo, o passatempo. Nel fare questi complimenti, non esercitiamo, pertanto, l'artigianato della ruffianeria. Non stiamo offrendo omaggi a una escogitazione scaltra, allo stratagemma di un gruppo di individui bramosi di fama, aderendo al quale si parteggia per una fazione. Nella fatalità è inscritta l'impersonalità; nell'impersonalità l'innocenza.
Dove il libro desideri una scrittura esatta, il vocabolo assume il compito di comunicare – suggerendolo – l'assoluto. Le parole pubblicate andavano perciò etimologicamente verificate, fino a che la radice originaria combaciasse con il loro impiego; la frase doveva essere netta, decisa, spiccata, 'latina', senza gli abbellimenti teneri ed eufonici del romance italiano. Uno stile che evocasse la precisione del tedesco e l'ascetismo degli idiomi classici. La forma era già contenuto, prima di precipitarsi, trafelata, a dire. Il contenuto non era, infatti, altro che forma.
Rispettando tale massima fondamentale, la prima opera che le Edizioni di Ar diedero alle stampe fu il Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane di de Gobineau. Una ricognizione sui casi biologici della forma assoluta. Non un testo razzista, per come si intende il razzismo in seno alla modernità: cioè come singulto xenofobo, espressione di captivitas diaboli personale. Così lontano, quel testo, dalla modernità, non era il grimaldello per alcuna campagna avversativa. Era piuttosto l'occasione per una meditazione profonda intorno ai lineamenti dell'umano. Vi si invocava la purezza: quella purezza che, qualora sia predicata, nelle chiese, dai profeti del cristianesimo, viene accolta dai più come bella e buona. Purezza è gentilezza, gentilezza è appartenenza a una gens: precisione di profili, non meticciato. Le varie genti, diverse come sono diversi animali e piante, gli animali tra loro, le piante tra loro, le razze degli alani e quelle dei setter, avrebbero dovuto adoperarsi a creare l'armonia di una contiguità che non fosse confusione. L'opera di de Gobineau celebrava, implicitamente, le migliori espressioni dell' humanitas: il rispetto, l'attenzione reciproca, la fedeltà, la bellezza del particolare. Di contro al disordine del caotico, dell'informe, del mucchio di sabbia, ecco le sei colonne bianche del tempio, il triangolo del timpano, il fregio non sovrabbondante, non insufficiente: il tempio dove ogni singolo devoto parla a un Dio. Finché l'architettura non sarà detta un sopruso, allo stesso modo, non potrà esserlo la teoria del razzismo, che a ogni tipo vuole riconoscere la propria specificazione – l'impressione della radice.
Quale affronto all'umanitarismo delle missioni, in cui tre quarti del denaro vanno ad arricchire i già ricchi e un quarto ad avvilire i condannati dai ricchi alla miseria! Quale ingiuria al vangelo dei moderni, annunciare la singolarità del caso umano e negare così un ordine che sia solo ultraterreno! Quanto ne inorridiscono i tempi correnti, che prendono l'evocazione per provocazione! Niente viene avvertito come più aberrante del razzismo, se non una cosa, quasi cellula del “male assoluto”: l'approfondimento precisato della questione ebraica. Non c'è, da cinquant'anni, tabù più ferreo e meno riconosciuto per tale. I più, di solito, ignorano tutto di essa. Vengono storditi dalle immagini, e ignorano ogni autentica caratteristica espressa dal tipo umano israelitico.

   
 
    [continua]
 
Franco G. Freda
Presentazione
Catalogo per collane
Catalogo per autori
Recensioni
Marginalia
Galleria
Ordina
Distribuzione
Home
 
 
 
Presentazione Cat. collane Cat. autori Recensioni Marginalia Galleria Ordina
 
  Risoluzione consigliata 1024 x 768 pixel profondità 24 bit - Firefox - © 2005 - Design Franco Leone