Presentazione (pag. 2)  
         
   

Tale è l'esigenza del torbido, su cui insiste l'assetto attuale del potere, che la questione ebraica nemmeno si pone, se non aprioristicamente: come dovere incondizionato di apologia. Malgrado il fenomeno giudaico, innegabile anche dallo storico, che ne constata la millenarietà, scrivere in proposito costituisce un rischio, la minor parte del quale è l'essere tacciati di disumanità.
In realtà, già notavamo che non ci si muove al sapere se non per humanitas: questa fisiologica eleganza dei costumi, che scaturisce naturalmente dalla cerca della forma pura (o, omettendo l'aggettivo, che ne è semplice ridondanza: della forma). Uno dei primi testi pubblicati da Ar fu un aureo libello, che potrebbe fare da architrave della filosofia 'originaria': Humanitas di Hans F. K. Günther. Vi si dimostra, per puntuali esempi, come l'ideale nordico-ario – la visione del mondo precisata in quanto, appunto, speculazione – potesse compendiarsi nel termine (abusato dalle epoche di fraintendimento) humanitas. Ne diedero testimonianza tutte le tradizioni, dall'Ellade all'India, dalla Cavalleria medievale germanica all'Islanda. Humanitas è, infatti, stile (chi ha buon gusto vi si riferisce in questi termini, non per il tramite di aggettivazioni impudicamente sentimentali). Essa guarda all'espressione di un individuo esemplare, capace di quell'assolutezza del proprio agire che – secondo Immanuel Kant – fonda il principio dell'etica: “Io non devo mai comportarmi in modo tale da non poter volere che la mia massima divenga una legge universale” (1).
Educare sé stessi è, non l'espediente per costruire il proprio fatum, ma la disciplina necessaria ad aderirvi, a conformarvisi, ad accoglierlo, di momento in momento, con grata sorpresa. La propedeutica allo stile è quasi un cursus honorum: dall'osservazione intima del mondo sorge la possibilità di una descrizione e applicazione dei princìpi, nell'arte 'inutile', oppure nella sua espressione comunitaria: la politica (esercizio che garantisce della forma dell'agire totale). Il politico, nella propria genuinità originaria, doveva essere aduso alla contemplazione, obbediente alla speculazione, non abile nel degradante maneggio da ingranaggio della macchina sociale. Il libro – in sé e per sé: ogni libro, quindi, da Platone a Virgilio – è anche 'politica'. Lo sguardo del lettore può orientarsi ora all'una, ora all'altra natura della saggezza – all''inutilità', o a un operato che si innesti nel tempo: a ciò ispirato dalla vocazione personale. Quindi chi, per questo quarantennio, dicendo che le Edizioni di Ar erano una casa editrice politica (ma leggendo politica come sedizione, come 'finalismo tralignante'), voleva sminuirle, non ha inteso che un'ovvietà, ed espresso – come accusa – altro che la propria peggior parte. Costoro sono delusi d'amore, che osservano con rabbia (invidiano, quindi) chi riesce nell'impresa (una vera e propria prova) di immaginare l'aristocrazia.
Sulla semantica di questo vocabolo bisognerebbe fare dell'archeologia. Tante sono le concrezioni di significato con cui la storia lo ha abbruttito, che il suo senso, da fatale, splendido, prese sfumature bieche, luccicori contraffatti. Aristocrazia è voler fare di sé uno spettacolo gradito a occhi che osservino dall'alto. E' guarire il mondo dai suoi vuoti interiori. E' scandire le ragioni intime della societas. Potersi permettere di guardare l'abisso senza venirne risucchiati.
L'abisso è il fato: chi lo indaga si purifica in esso. Gli Dei, che sprofondano i loro occhi continuamente verso la terra, proprio grazie a ciò hanno inscritta nella propria natura l'innocenza. La profondità rigenera, infatti, lo sguardo; lo prepara a visioni sempre più magnifiche. Il libro è lo studio dell'abisso. Lo studio stesso è, ontologicamente, abissale. E l'innocenza che ne consegue non è l'estenuazione nella disciplina dell'astinenza (come secondo l'idoleggiamento del cristianesimo svilito, per cui 'innocenza' diviene sinonimo di rinuncia). Lo studio prelude, infatti, alla consacrazione degli istinti, alla correzione spontanea del naturale orientamento, retroagendo sull'indole dell'uomo, mentre considera l'essenza di essa.
Il libro è ciò che addestra, raccoglie, penetra. Arrivare a un'anima con la scrittura è toccarla. Il libro è forma che plasma, forma che esige forma – forma formante. Da che c'è la storia, forse nulla di bello è stato fatto quanto è bello il libro: un tempio che parla, una voce che non si disperde e che resta eternamente viva ed eternamente vera. Va cesellato nei suoi vestimenti, grafici, tattili. Curato nella presentazione, che è come la celebrazione dell'incontro con il lettore, della fortuna di questi. Se chi fa libri è un benefattore, chi fa bei libri è di più ancora.
La fisiognomica dell'umanità si affida alla meditazione del testo. Basterebbe conoscere l'amor di dottrina degli umanisti del Trecento, del Quattrocento, per comprendere che cosa rappresenti per l'uomo la lettura. Clandestina lucerna anche nelle notti della storia, il libro, spietato procacciatore di studio, che si rintanò dove labbra mormoravano preghiere, nei chiostri, nelle scricchiolanti biblioteche dei monaci, frutteto che matura anche mentre si chiudono gli occhi su di esso: nel Novecento, perse tuttavia la sua naturale grazia. Questa andò scemando di decennio in decennio, finché, ora, si è giunti allo spaccio della cultura. Adesso, chi non ha danarosi garanti alle spalle, incontra difficoltà fastidiose a raggiungere il lettore. E costui viene, così, defraudato della propria libertà: la razionalità economica che presiede alle scelte della moderna libreria seleziona per lui che cosa leggere e che cosa non-leggere; sulla base, dunque, non di qualità ma di quantità, non del valore ma del rendiconto. Prima di lucidare le proprie idee, l'autore deve, allora, porsi il problema della distribuzione. Prima di cedere alla sete dei suoi occhi, e alla fame del suo cuore, il lettore sappia che i migliori frutti, come a un novello Tantalo, corrono il rischio di fuggirgli dalle dita. Ecco il fronte di lotta per chi fa i libri – e per chi aspetta i libri della propria ri-creazione. L'iniziativa culturale viene, inoltre, filtrata, snaturata, dall'intellettuale (spesso degenere) preposto al tribunale della scrittura. Tale operazione rispecchia, naturalmente, le caratteristiche di questi. E, dato che, per lo più, egli è l'obbediente emissario di una branca del sistema economico, spesso non c'è di che confidare. Il primo peccato che tali mediatori e sensali compiono è di omissione. Il secondo, di superficialità.

   
 
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Franco G. Freda
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