| |
|
Non è possibile, nemmeno se si va di fretta, scrivere quanto scrisse Marco Revelli, oltre vent'anni fa, nel suo Panorama editoriale e temi culturali della destra militante, laddove egli afferma:
“Alle origini di questo 'effetto di disorientamento' [scil. dell'editoria di destra], indicherei due fenomeni paralleli:
– In primo luogo quello che chiamerei una sorta di 'spirito appetitivo' della ‘nuova destra', cioè la tendenza a dilatare parossisticamente il campo delle proprie ascendenze culturali ben oltre i limiti – assai angusti – del neofascismo per così dire 'classico', accampando diritti di primogenitura su filoni di pensiero i più disparati e i più ideologicamente distanti dalle forme storiche assunte dal fascismo”.
Citiamo questo brano, perché, inopportunamente, il saggio dedica varie pagine alle Edizioni di Ar in quanto, secondo l'autore, “neofasciste”. Partendo da tale assunto – la codificazione di Ar entro la scansione e la geometria parlamentare (estrema destra) –, è necessario concludere che ogni travalicamento di quei limiti è cosa ingiustificata, è delirio. Ma è proprio questo assioma a rivelarsi sbagliato, ingeneroso, rozzo, o, come minimo, insufficiente. Sono esse una declinazione postuma del fascismo? Ascoltiamo la risposta che, a tale malizioso quesito, involontariamente fornisce una scheda ‘segnaletica', intitolata IL TEMPO E L'EPOCA DEI FASCISMI, che compare quale fermaglio di una collana di Ar:
“Una prospettiva semplice, diacronica e storica, assegna il t e m p o dei fascismi alla fase specifica del XX secolo in cui, erompendo dai furori vissuti durante la Grande Guerra, contro le democrazie mondiali si avventano correnti politiche che, pur eterogenee, sgorgano nel fronte frastagliato delle rivoluzioni nazionali europee. Sotto il profilo complessivo del loro flusso interno e del loro senso del mondo, quei movimenti mantengono un carattere generale di equivalenza. L'equivalenza è significata dalla identica volontà, che essi sovente si attribuiscono, di tendere a una inversione di orientamento, di innestare un rivolgimento costruttivo nella successione 'progressiva' degli eventi. Da questa visuale integrativa, sincronica e metastorica, i fascismi sono allora le dramatis personae di una controdecadenza lampeggiata nella temporalità moderna. Essi quindi descrivono e circoscrivono una e p o c a, ovvero segnano una sospensione e una interruzione delle dinamiche dell'evo moderno – un colpo d'arresto dei disastri che si riversano dalla modernità. A noi, della loro ‘barbarica' irruzione entro l'assetto politico e sociale dei 'malriusciti', oggi non interessa cogliere il grado – particolare e relativo – di consapevolezza negli autori e negli attori, o la efficacia intrinseca degli atti che interpretano quella incursione. Importa invece ascoltarvi il tema ricorrente della reversione temporale, ovvero il leitmotiv della controdecadenza, quale si delinea dall'influenza di quest'ultimo sul ritmo di direzione, intenzione, attitudine delle insurrezioni fasciste.”
Se si intende il significato del lucidissimo scritto, si comprende la soluzione dell'enigma proposto. I fascismi hanno la loro importanza dove furono possibili esempi di lampeggiamento della controdecadenza da collezionare (e collazionare con gli innumerevoli che li precedettero), dove desiderarono di essere aneliti a un ripristino (più o meno compreso, più o meno realizzato), nel secolo, della 'forma dell'eterno'. Nessuna apologia sentimentalistica, nessun atto di fede che non risalga oltre gli anni '20 . I fascismi non vanno né negletti (aprioristicamente), né esaltati oltre la loro giusta misura. Tale misura dev'essere invece indagata, conosciuta. Non è possibile compiere alcuna valutazione, alcuna attribuzione di valore, se non si faccia anche della filosofia del fascismo. Ciò che fu guerra, non c'entra con la filosofia. Sarebbe, altrimenti, come rifiutare l'Atene di Pericle per la sua bellicosità, mancare di leggere Sofocle, Eschilo, per l'eccidio dei Meli.
Strano, dunque, il dispettoso meravigliarsi di Revelli, se le Edizioni di Ar pubblicano Celso, Giuliano Imperatore, Sallustio, se testi di alchimia – quella meravigliosa “arte del Creare” –, se Meyrink, de Vigny: se giungono a riconoscere un senso del mondo condiviso con i cavalieri giapponesi, istruiti dal Bushidô .
Se il libro vuole essere un libro audace, un buon libro, non può scordare l'intemporalità insita nella sacralità della migliore natura umana, di cui esso si fece, in qualsiasi imboscata storica, custode. Non può rinunciare a sentire sé stesso come nuovo e antico, allo stesso tempo, originale (cioè frutto dell'intelligenza di un autore) e originario, innocente e vivo, vivace, vivificante. Per guardare all'operato delle Edizioni di Ar, e sintetizzarne la filosofia: questa è il radicalismo. Per definirne l'etica, l'aristocrazia. Ma non un'aristocrazia sclerotizzata da conticini, marchesucci senza onore, poggiante sulla lignificazione del lignaggio – quanto l'allevamento, la levatura dei cuori, la gratificazione di essi, il concerto di battiti armoniosi.
|
|
|