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Il Chou-li (Rituale dei Chou) e il Li-chi (Libro dei Riti), due dei Tredici Classici del canone confuciano, furono scoperti da Liu Hsiang negli archivi imperiali cinesi, assieme ad altri testi redatti in antica grafia. Quando Liu Hsiang presentò allaccolta degli Eruditi di corte le sue scoperte, costoro, timorosi che questi altri classici potessero inficiare in qualche modo lautorità della loro dottrina, lo accusarono di falso e lo perseguitarono in tal modo che lo costrinsero a lasciare le cariche a corte. Così informa Pio Filippini Ronconi, che aggiunge: La sua rivincita non tardò: allorché salì al trono lusurpatore Wang Mang, fondatore della dinastia Hsin (9-23 d. C.), egli divenne segretario di Stato e non ebbe più ostacoli per proclamare la sua dottrina (Storia del pensiero cinese, Torino 1964, p. 113).
Il Chou-li ed il Li-chi sono le fonti essenziali alle quali attinge Eduard Erkes per delineare il quadro della più antica religione cinese, un quadro che il sinologo tedesco articola in cinque sequenze, rispettivamente dedicate al sacerdozio sciamanico, agli spiriti, alle divinità antropomorfe, alle usanze sepolcrali, alle divinità della natura. Ne risulta una ricostruzione che non solo va ad integrare quelle esposizioni che privilegiano le forme tradizionali della Cina classica (confucianesimo, taoismo, buddismo), ma si inserisce anche nella serie degli studi di storia delle religioni specificamente dedicati allo sciamanesimo (gli studi di Erkes sono stati infatti utilizzati da Mircea Eliade per il paragrafo dello Chamanisme dedicato alla Cina).
Ledizione italiana di questo saggio costituisce comunque un fatto curioso, perché Julius Evola, che lo tradusse nel 1958 per lIsMEO, polemizzò più volte contro alcuni concetti di matrice razionalista e positivista fatti propri da molti storici delle religioni tra i quali possiamo situare anche Eduard Erkes. Questultimo infatti fissa il punto di partenza dellevoluzione antropica cinese in un primitivo Sinanthropus che, sebbene avesse appena superato lo stadio animalesco (p. 9), tuttavia si trovava già in possesso di alcune idee religiose. Com e fra i popoli primitivi in genere (p. 29), così anche in Cina la scena religiosa sarebbe stata dominata dallanimismo e dalla magia, la quale, scrive Erkes, dellanimismo è controparte inseparabile e (
) secondo lopinione di certi etnologi sarebbe ancor più antica di esso, per cui viene anche chiamata pre-animismo (p. 10). Di qui lesplicito richiamo, da parte dellAutore, alla nozione etnologica di mana. Daltronde Erkes non perde nessuna occasione per ribadire la sua adesione alle concezioni naturaliste. Anche se avanza qualche timida riserva nei confronti dellidea corrente degli etnologi (p. 73) circa lassoluta primordialità del culto delle divinità naturali, egli si guarda bene dal respingere il pregiudizio secondo cui lo stadio delle origini religiose sarebbe stato caratterizzato da un superstizioso culto delle forze della natura (ibidem); anzi, a tale presunto culto egli ne affianca un altro, quello dei fattori sociali (ibidem), arrivando a immaginare un sincretismo derivante dallunione del culto degli antenati con la religione naturalistica. E dal culto naturalistico di una primitiva divinità acquatica, forse una personificazione del mare (p. 86), si sarebbe sviluppata, attraverso levoluzione del pensiero religioso, la stessa metafisica cinese, sicché il Tao sarebbe un principio cosmico panteistico (p. 86).
I pregiudizi ideologici dellAutore, in ogni caso, non compromettono più di quel tanto lessenziale validità del saggio, che, come abbiamo detto più sopra, contiene informazioni preziose sulla fase più antica della tradizione estremo-orientale.
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